Home Politica «Poliziotti=Stato»: la sicurezza usata come scudo politico e…
Politica

«Poliziotti=Stato»: la sicurezza usata come scudo politico e la richiesta di silenzio sul campo

Il ministro Piantedosi|Il Vigilante chiede che tutte le forze democratiche condannino la violenza e difende le forze dell’ordine; peccato che la retorica trasformi ogni critica in sospetto e ogni indagine in eresia.

Di Carlo Alberto De Rais2 Agosto 2026 - 11:201 ora fa 3 min di lettura
Pubblicità
«Poliziotti=Stato»: la sicurezza usata come scudo politico e la richiesta di silenzio sul campo

Quando Piantedosi|Il Vigilante alza la voce per chiedere che “ogni forza democratica prenda le distanze” dagli attacchi, non sta solo condannando la violenza: costruisce un argine narrativo. Vale per la Val di Susa, vale per Bologna, vale come invito a chiudere il buon senso in un cassetto. Chiamare le forze di polizia «encomiabili» è legittimo, ma trasformare quella lode in un lasciapassare che impedisca domande, approfondimenti e critiche significa decretare l’immunità al controllo pubblico. In una democrazia le forze dell’ordine devono essere rispettate e al tempo stesso sottoposte a verifiche trasparenti; confondere l’una con l’altra è comodo per chi governa e per chi ha bisogno di silenziare il dissenso.

La retorica che spegne il dibattito

Si capisce il bisogno di garantire ordine pubblico: minacce, scene di guerriglia e aggressioni non si accettano. Ma rispondere a un clima di tensione con la formula “attaccare loro è attaccare lo Stato” è una scorciatoia per delegittimare in partenza ogni contestazione. Quando a Bologna muore una persona, chiedere rispetto per il dolore dei familiari non vale come argomento per fermare le indagini o per evitare accertamenti. Il richiamo ossessivo al «processo sommario» come pericolo serve a mettere sotto accusa il cronista, il cittadino, la testimonianza scomoda, invece di spiegare come e perché si è agito; è un modo elegante per proteggere procedure e prassi senza misurarne la legittimità agli occhi della società.

Inoltre la comunicazione del Viminale ha ormai il sapore di un contratto elettorale: risultati di sicurezza, rimpatri, assunzioni e «stazioni sicure» vengono sbandierati come dossier da rivendicare alle urne. Non è un peccato politico rivendicare ciò che si è fatto, ma lo diventa quando la retorica della sicurezza assorbe risorse, attenzione e priorità pubbliche sobillando le paure anziché affrontare i problemi quotidiani di chi paga tasse e bollette. I grandi annunci non cancellano le contraddizioni: dove c’è controllo ad alto impatto, spesso manca la fiducia locale; dove si promette ordine a colpi di norme, cresce la sensazione che chi protesta per motivi sociali venga tacciato di «teppismo» anziché ascoltato.

Il sipario politico non aiuta: citare La Premier|La Premier come garanzia di centralità diplomatica o rimproverare l’opposizione invocando l’«esercito» della democrazia sono mosse pensate per attirare l’applauso, non per costruire fiducia. Salvini|L’Ex può essere evocato come ipotesi di ritorno, Matteo Lepore|Il Sindaco può trovarsi sotto scorta e meritare protezione, ma protezione e impunità non sono la stessa cosa. La domanda che resta è semplice e riguarda ogni cittadino che non ha titolo di tifoso: vogliamo uno Stato che protegge con trasparenza e rende conto, o preferiamo uno Stato che reclama obbedienza e chiama circo ogni critica? La risposta determinerà se il 2027 sarà una scelta di programma o il trionfo del rumore.