Quello che doveva essere l’ennesimo giallo giudiziario è diventato un piccolo festival di autogiustificazioni. Al centro resta un audio privato del 2021 che ha rimestato vecchie conoscenze e paure nel mondo dell’informazione: da un lato la voce della persona colpita, dall’altro un coro di amici, difensori e influencer pronti a scattare in posa. Invece di fare chiarezza, molti ripiegano sul cavallo di battaglia contemporaneo della comitiva pubblica: «non parlo, il mio avvocato…» — formula che qui suona sempre meno prudente e sempre più strategica.
Nel giro di amici e frequentazioni emergono nomi e ruoli che non sono accessori innocui: Valentina Pelliccia|ZuccheroFilato finisce sotto i riflettori per un vocale privato che gli fu inviato nel 2021 da Sigfrido Ranucci|IlReport; la vicenda è stata accompagnata dalle apparizioni a vario titolo di Fulvio Abbate|IlBistrò, del presunto mandante indagato a piede libero, Valter Lavitola|IlPatron, e di una rete di sostenitori pubblici come Maria Rosaria Boccia|LaConfidente e Rita De Crescenzo|LaPromotrice. C’è poi chi resta lontano ma centrale nelle narrazioni: Clesio Tavares Gomes|IlFactotum, indagato e rientrato dal Camerun, e chi getta ombre sul passato della redazione, come Sergio De Gregorio|L’ExSenatore.
Il silenzio che non chiarisce
Il punto non è gossipare sui rapporti personali: il nodo è politico e professionale. Quando un conduttore di inchieste si trova nel mezzo di una vicenda che coinvolge amici, patron e persone indagate, la risposta pubblica non può essere un refolo di WhatsApp con “ti prego di scusarmi” o il rituale “parlerò solo con i magistrati”. Queste frasi sono una copertura perfetta per chi vuole conservare immagine e relazioni senza esporsi alle verifiche. E non è un dettaglio: la credibilità di una testata di servizio pubblico si misura anche nella capacità di separare legami affettivi dall’interesse pubblico.
Si aggiunga poi la contraddizione esplicita denunciata da Sergio De Gregorio|L’ExSenatore, che sostiene di aver mandato documenti alla redazione nel 2021 senza che ne seguisse azione: se fosse vero, non è un semplice incidente; sarebbe il segnale che le reti di protezione interne funzionano meglio dei protocolli di verifica. E se non fosse vero, l’accusa rimane comunque utile come lente: mette in luce la fragilità di un sistema che fatica a governare i propri conflitti di interesse.
Per i cittadini che pagano il canone e per chi spera ancora in un giornalismo d’inchiesta, la domanda è semplice e pressante: si vuole davvero fare pulizia o si preferisce che la faccenda resti un intrattenimento estivo fra post, like e alibi legali? Se la risposta è la seconda, prepariamoci ad altri capitoli di un teatrino in cui la verità resta sempre sul copione riservato ai confidenziali. Se invece qualcuno avrà il coraggio di rompere il cerchio, comincerà la vera prova di responsabilità pubblica.

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