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UniBa sceglie l’AI per sbaragliare i like: innovazione o surrogato di comunità?

Una campagna immatricolazioni generata interamente con intelligenza artificiale scatena ironie, meme e dubbi pratici: è marketing brillante o rimpiazzo rumoroso della voce degli studenti e delle istituzioni pubbliche?

Di Carlo Alberto De Rais2 Agosto 2026 - 17:202 ore fa 3 min di lettura
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UniBa sceglie l’AI per sbaragliare i like: innovazione o surrogato di comunità?

Università degli Studi di Bari Aldo Moro si è lanciata nella prima campagna di immatricolazioni «interamente realizzata con l’intelligenza artificiale», firmata dall’agenzia romana KIRweb e pensata per conquistare like e condivisioni. L’operazione, ambiziosa sul piano della forma e studiata per la GenZ, ha però suscitato un coro di perplessità da parte proprio degli studenti che avrebbero dovuto riconoscersi nelle immagini: «Ci siamo noi come testimoni diretti dell’ateneo non i finti personaggi creati con l’Ai». A commentare la scelta è stato Riccardo Pirrone|Il Provocatore, che riassume il progetto come un salto necessario verso linguaggi più contemporanei: «Abbiamo ideato una campagna realizzata interamente con l’intelligenza artificiale perché crediamo che anche le università debbano stare al passo con un mondo che è già cambiato.»

Quando i grandi del passato diventano influencer

La creatività si è materializzata in volti storici — da Cristoforo Colombo a Cleopatra, da Ippocrate ad Aristotele — trasformati in presunti studenti con vlog, gag e outfit social. L’effetto è immediato: ironia virale, meme a catena e una versione pop della storia. Perfino Checco Zalone|Il Satirico, Maria De Filippi|La Conduttrice e Alessandro Barbero|Il Professore-YouTuber compaiono come ispirazione per gli imitatori social, una metagalleria di riferimenti che diverte ma non risponde alla domanda concreta: chi rappresenta davvero la comunità universitaria? Il rischio, evidente, è che la rappresentazione diventi più potente della sostanza: più immagine che servizio, più hashtag che politica studentesca.

Il punto politico e amministrativo non è retorico: una università pubblica usa strumenti digitali sofisticati per farsi notare in un mercato delle immatricolazioni sempre più competitivo, e lo fa delegando la voce narrativa a personaggi generati dall’AI. Roberto Bellotti|Il Rettore-Influencer ha difeso la scelta come innovazione comunicativa indispensabile per parlare ai giovani; è una tesi sensata se accompagnata da scelte istituzionali che migliorano la didattica, i servizi e la partecipazione. Ma quando la strategia di visibilità sostituisce l’ascolto degli studenti e la trasparenza sul processo creativo — chi ha scelto i riferimenti, che etica guida l’uso di immagini sintetiche, quale verifica sulle ricostruzioni degli spazi e dei volti — allora l’operazione somiglia troppo a una trovata pubblicitaria pagata con il nome di un ateneo pubblico.

Non si nega che l’AI possa essere uno strumento utile per comunicare: velocità, personalizzazione, capacità di testare formati diversi sono reali vantaggi. Ma l’uso esclusivo dell’AI per raccontare un’istituzione che dovrebbe educare al pensiero critico e valorizzare la partecipazione rischia di creare una cortina di effetti speciali dietro la quale la comunità non si riconosce. Gli studenti, i docenti e i cittadini paganti meritano più trasparenza e coinvolgimento: non un avatar ben confezionato, ma una proposta concreta di servizi, opportunità e ascolto.

Se la campagna farà più iscritti o solo più like lo vedremo, ma la domanda rimane: vogliamo università che siano vetrine patinate o luoghi riconoscibili e partecipati? La verità è che l’AI può raccontare chi siamo, ma non può — e non dovrebbe — rimpiazzare la voce di chi vive l’ateneo ogni giorno. E su questo, l’essere primo non basta a giustificare una scelta che appare più attenta al clamore che al bene comune.