La Rai annuncia un audit sul lavoro di Sigfrido Ranucci|Il Cacciatore, ma la fretta non c’entra: si aspetta la Procura. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi|L’Amministratore ha ricordato al consiglio che l’indagine interna non partirà prima dell’ok dei magistrati. Regola prudente, se applicata con rigore; diventa sospetto quando si trasforma in coperta lunga a sufficienza per nascondere questioni scomode. L’auditor interno Delia Gandini|L’Auditor farà la sua fotografia dei fatti, il Comitato etico deciderà le linee guida, ma la parola finale sulle eventuali sanzioni resterà al vertice aziendale. Tradotto: qualcuno può leggere la relazione, annusarla e infine decidere se renderla pubblica o metterla nel cassetto. Per chi paga il canone — famiglie, pensionati, contribuenti — questa non è solo procedura: è un problema di credibilità pubblica.
Che cosa sta esaminando l’audit
I dossier sono tre e non si tratta di pettegolezzi da corridoio: il primo filone verte su reportage che potrebbero essere nati da «impulsi esterni». Nel mirino c’è Valter Lavitola|Il Faccendiere, indicato dalla magistratura anche come indagato nel contesto dell’attentato al giornalista, e il servizio sul Cantiere navale Vittoria di Adria, con le ombre — così recita la stessa ricostruzione giornalistica — su interessi della camorra e su esponenti locali di Fratelli d’Italia. C’è poi il servizio sull’eolico nel Lazio che avrebbe alluso ad affari poco chiari con nomi di politici di FdI, e una conversazione intercettata che coinvolge Gerolamo Cangiano|Il Rappresentante e il parlamentare Dario Carotenuto|Il Deputato. Il secondo filone riguarda frequentazioni e conflitti di interesse: in ballo compaiono ospiti e collaboratori come Maria Rosaria Boccia|La Collaboratrice, e relazioni personali narrate nel libro di Sigfrido Ranucci|Il Cacciatore. Il terzo filone prende spunto da frasi intercettate in cui si evocano mafia e massoneria, con la telefonata citata tra Ranucci e la giornalista Valentina Pelliccia|La Giornalista.
Perché tutto questo dovrebbe interessare il pubblico
Non è questione di tifoserie: quando un servizio pubblico sembra confondersi con interessi esterni o con vendette personali, il danno ricade su chi paga il servizio. La critica non è contro l’inchiesta di per sé — inchieste si fanno e si devono fare — ma contro la gestione: tempi, trasparenza, e il fatto che l’audit sia essenzialmente un organismo che «fotografa» senza poter sanzionare autonomamente. Se i reportage sono stati influenzati da pressioni esterne, c’è una responsabilità editoriale e gerarchica, non privata. Se invece la magistratura confermerà l’assoluta correttezza, tanto meglio: ma allora perché la Rai non spiega pubblicamente procedure, tempistiche e criteri? L’impressione attuale è che si stia più a difendere l’azienda o la famiglia professionale che a restaurare fiducia verso i cittadini.
La domanda che resta — fastidiosa e legittima — è semplice: la Rai vuole veramente pulire il proprio interno o sta solo gestendo i tempi per limitare il danno d’immagine? I contribuenti meritano risposte chiare, non schermaglie di palazzo. E se l’audit trova pecche, che non si limiti a una relazione tra quattro occhi: che ci sia trasparenza, responsabilità e, se del caso, cambiamenti visibili.
