La Cronaca di Roma
editoriale

La rimozione di Ranucci è il vero banco di prova per la trasparenza dei media a Roma

La decisione di togliere Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report e le tensioni interne conseguenti non sono solo un fatto televisivo: rappresentano un test sulla capacità delle istituzioni radiotelevisive, anche nella loro articolazione romana, di salvaguardare…

La rimozione di Ranucci è il vero banco di prova per la trasparenza dei media a Roma

La rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report non è soltanto un avvicendamento in palinsesto: è un piccolo ma significativo spartiacque per la credibilità delle istituzioni radiotelevisive, e per Roma come piazza di produzione e gestione dell’informazione.

Negli ultimi giorni il giornalista ha espresso riserve pubbliche sulla decisione, ha detto di aver ricevuto la proposta di un trasferimento professionale al Cairo e ha evocato paragoni drammatici; nel frattempo la nomina di nuovi conduttori ha alimentato reazioni e tensioni dentro la redazione. Sono fatti che pesano sul piano umano e lavorativo, ma che hanno senso pubblico proprio perché riguardano il rapporto tra società civile e media pubblici: chi decide, come e con quali argomentazioni deve essere comprensibile ai cittadini.

Il nodo non è un nome né l’uso dei divani di uno studio televisivo. Il punto vero è istituzionale: quanto regge l’autonomia editoriale quando la direzione è chiamata a scegliere sulla conduzione di programmi d’inchiesta? Le risposte che verranno dalla gestione di questo caso misureranno non solo la tutela della libertà d’inchiesta, ma anche la trasparenza dei processi decisionali interni. E Roma, dove si trova una parte consistente dell’apparato produttivo e delle redazioni, osserva con interesse e giustificata apprensione.

In una città con tanti dossier aperti — dalla manutenzione urbana alla salute pubblica, dalla mobilità alle gare d’appalto — l’esistenza di inchieste autonome e di programmi che possano affrontare temi scomodi è un bene collettivo. Quando la macchina istituzionale dei media non è trasparente nelle sue scelte si apre uno spazio per sospetti che erodono fiducia: non solo nei confronti di un singolo conduttore, ma verso l’intera idea di servizio pubblico.

Per questo lo sforzo richiesto non è formale. Serve che le decisioni vengano spiegate con chiarezza, che i meccanismi interni siano sottoposti a regole che tutelino l’indipendenza giornalistica e che le redazioni possano parlare senza timori di ritorsioni. Non è un tema di salotti televisivi: è la condizione per avere cittadini informati che possano contare su inchieste libere e su istituzioni dell’informazione che rispondano ai loro standard di trasparenza. A Roma, dove il rapporto fra potere e opinione pubblica è sempre cruciale, questo episodio diventa dunque un termometro della salute democratica degli organi radiotelevisivi locali.