La Cronaca di Roma
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Daspo alle moschee? A Roma il confronto tra sicurezza e libertà di culto

La richiesta avanzata dalla comunità islamica di Roma per ottenere un Daspo nei confronti di Simone Carabella solleva questioni giuridiche, operative e sociali: può una misura amministrativa pensata per l’ordine pubblico essere applicata ai luoghi di…

Daspo alle moschee? A Roma il confronto tra sicurezza e libertà di culto

La richiesta della comunità islamica di Roma di ottenere un Daspo per Simone Carabella riapre un fronte scomodo: può una misura pensata per l’ordine pubblico essere estesa ai luoghi di culto? Il tema, da tempo sul tavolo di prefetture e questure, assume oggi caratteri pratici e politici nella capitale.

Il Daspo è tradizionalmente uno strumento amministrativo finalizzato a impedire l’accesso a determinati luoghi a persone ritenute fonte di turbativa dell’ordine pubblico. Applicarlo alle moschee pone, però, un cortocircuito normativo e costituzionale: da un lato la necessità di proteggere i fedeli e prevenire provocazioni che potrebbero degenerare; dall’altro la tutela della libertà di culto e di movimento che qualunque provvedimento restrittivo deve rispettare. In assenza di norme esplicite che disciplinino l’utilizzo della misura in contesti religiosi, la questione rischia di diventare materia di contenzioso giudiziario.

Sul piano operativo emergono problemi concreti. Chi accerta la sussistenza delle condizioni per il Daspo? Come si definisce in modo chiaro e prevedibile quale comportamento configuri una «provocazione» tale da giustificare il divieto? L’applicazione selettiva di provvedimenti amministrativi può inoltre aggravare tensioni sociali e veicolare una percezione di stigmatizzazione verso interi gruppi religiosi o luoghi di culto, con effetti controproducenti per la sicurezza urbana.

La richiesta da parte della comunità islamica stessa complica ulteriormente il quadro: segnale di una comunità che reclama protezione, ma anche stimolo a ripensare strumenti di prevenzione. Le istituzioni cittadine — Prefettura, Questura e Campidoglio — sono chiamate a un bilanciamento stringente: garantire l’ordine e la sicurezza senza trasformare i luoghi religiosi in oggetti esclusivi di controllo amministrativo. Il ruolo della magistratura rimane centrale per verificare la legittimità dei provvedimenti e il rispetto dei diritti fondamentali.

Da un punto di vista pratico, esistono alternative meno intrusive che vanno perseguite con priorità: piani di sicurezza condivisi con le comunità, percorsi di mediazione e prevenzione, maggiore presenza delle forze dell’ordine solo quando strettamente necessaria e regolata, strumenti di protezione mirati per persone esposte a rischi. Trasferire sul piano amministrativo il contrasto di idee o offese espresse in luoghi di culto rischia di aprire una parentesi normativa pericolosa.

La vicenda romana indica che la discussione non è solo tecnica: riguarda le scelte di civiltà di una città multiculturale. Se il ricorso al Daspo dovesse diventare prassi, servirebbero criteri chiari, limiti temporali precisi e garanzie giudiziarie affinché la sicurezza non prevalga indistintamente sul diritto al culto e sul pluralismo. Per ora, la richiesta lanciata dalla comunità islamica è un innesco che impone a istituzioni e politica locale di decidere se e come riformare gli strumenti di prevenzione senza compromettere diritti fondamentali.

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