La Cronaca di Roma
editoriale

Pene dure e recupero mancato: il bivio del processo ai baby narcos a Roma

La richiesta di oltre settanta anni di carcere, le denunce di torture e sequestri, e il coinvolgimento di giovani e minorenni impongono una riflessione: sicurezza vera significa anche prevenzione e percorsi di recupero.

Pene dure e recupero mancato: il bivio del processo ai baby narcos a Roma

Richieste di pena per oltre settanta anni, racconti di torture e sequestri, giovani – anche minorenni – coinvolti: il processo ai baby narcos mette Roma davanti a un bivio.

La reazione istintiva della città è comprensibile. Quando emergono violenze di gruppo e modalità quasi militari per il controllo delle piazze di spaccio, la piazza chiede risposte nette. La pubblica accusa ha avanzato richieste di condanna pesanti; la magistratura e le forze dell’ordine hanno il dovere di perseguire i responsabili e tutelare le vittime. Senza giustizia, non c’è sicurezza.

Ma la giustizia penale ha anche un altro compito, non meno urgente: impedire che ragazzi di 15, 16, 17 anni escano dal processo già trasformati in detenuti senza prospettive, quindi più pericolosi per sé e per gli altri. L’esperienza sul territorio insegna che pene esclusivamente retributive, senza interventi paralleli di recupero educativo e sociale, funzionano da contenitori temporanei ma non spezzano la catena che porta un adolescente alla devianza organizzata.

La risposta dunque non può essere manichea. Serve un mix rigoroso: misure adeguate di repressione per chi si macchia di reati gravi, ma anche e contemporaneamente percorsi certi di sostegno per i minorenni coinvolti. Questo significa coordinamento tra Tribunale per i minorenni, servizi sociali municipali, Asl e programmi di prevenzione nelle scuole, oltre a strutture di accoglienza e formazione che offrano alternative reali alla piazza. È un lavoro che richiede risorse e tempo, non slogan.

Ignorare la fase della prevenzione e del reinserimento rischia di trasformare ogni processo in un temporaneo successo statistico: reati puniti oggi, recidiva domani. Al contrario, investire in progetti di comunità, mediazione familiare, formazione professionale e monitoraggio sul territorio produce effetti duraturi sulla sicurezza urbana. Non è pietismo: è strategia.

Per la Capitale la sfida è politica e amministrativa. Campidoglio, municipi e forze dell’ordine devono lavorare insieme per non lasciare spazio a nuove leve dello spaccio. Il Tribunale farà il suo lavoro. Ma se la città vuole davvero sradicare il fenomeno, la pena non può esaurirsi nella sola negazione della libertà: deve aprire porte — verso la scuola, il lavoro, il supporto psicologico — che oggi restano spesso chiuse.

Solo così si evita che la giustizia esemplare diventi, di fatto, vendetta sproporzionata. Roma non può permettersi il lusso di una sicurezza che non guarda al futuro dei suoi giovani.

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