Capaci e via D’Amelio non sono soltanto pagine dolorose della storia italiana: sono ancora una prova per la sua democrazia. A oltre tre decenni dalle bombe mafiose che uccisero Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli agenti delle scorte e i civili coinvolti, torna la richiesta di fare piena luce su ogni responsabilità accertata e su ogni zona rimasta nell’ombra.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, Anpi, Stampa Romana e altre associazioni hanno rilanciato dalla sede della Fnsi un appello rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla Commissione parlamentare Antimafia. Il messaggio è racchiuso in una formula essenziale, «Verità sulle stragi del ’92», che non pretende di sostituire i tribunali ma chiede alle istituzioni di non considerare chiusa una ricerca ancora segnata da interrogativi.
Il punto decisivo è distinguere. Ci sono fatti giudiziariamente accertati, condanne e ricostruzioni consolidate sul ruolo di Cosa nostra nella stagione stragista. Esistono però anche ipotesi investigative, dichiarazioni di collaboratori di giustizia da sottoporre a verifica, procedimenti con esiti diversi e passaggi che continuano a suscitare domande. Mettere tutto sullo stesso piano alimenterebbe confusione; liquidare ogni dubbio come una vicenda ormai archiviata significherebbe invece negare il diritto alla conoscenza.
La richiesta di verità non può diventare un’accusa indistinta contro le istituzioni, né un terreno per letture complottistiche o strumentalizzazioni politiche. Deve essere, al contrario, un impegno verificabile: accesso agli archivi, conservazione degli atti, collaborazione tra autorità giudiziarie e Parlamento, tutela dei giornalisti che indagano sui passaggi più delicati della storia repubblicana.
Per i familiari delle vittime, questa non è una disputa accademica. Ogni elemento chiarito può contribuire a ricomporre una vicenda spezzata; ogni documento non consultabile, ogni contraddizione non spiegata, ogni pista abbandonata senza una motivazione comprensibile lascia una ferita aperta. La memoria, da sola, non basta se non è accompagnata dalla responsabilità pubblica di cercare risposte.
Il lavoro della Commissione Antimafia e delle autorità giudiziarie dovrà quindi muoversi dentro un equilibrio rigoroso: rispettare le sentenze e, nello stesso tempo, verificare ciò che le nuove acquisizioni documentali o testimoniali possono eventualmente aggiungere. La prudenza non è reticenza, così come la ricerca di verità non autorizza a trasformare ogni sospetto in una certezza.
Dalle stragi del 1992 alla ricerca della verità
Il 23 maggio 1992 l’attentato di Capaci uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Il 19 luglio dello stesso anno, in via D’Amelio, furono assassinati Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sono i due passaggi centrali di una stagione di stragi mafiose che colpì il Paese e provocò una risposta giudiziaria e istituzionale senza precedenti.
Negli anni successivi, processi e sentenze hanno accertato responsabilità mafiose, mentre altre ricostruzioni sono state sottoposte a revisioni, nuovi giudizi e approfondimenti. La distanza tra verità processuale, verità storica e domande ancora aperte impone cautela: una pronuncia giudiziaria va rispettata, ma il dovere di conservare e studiare gli atti non termina con la sua pubblicazione. È in questo spazio, difficile ma necessario, che si colloca il nuovo appello promosso alla Fnsi.
La domanda finale non riguarda soltanto ciò che ancora manca nei fascicoli. Riguarda il tipo di rapporto che le istituzioni vogliono avere con la memoria delle stragi: una ricorrenza da celebrare ogni anno o una responsabilità democratica da esercitare fino in fondo?
