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Autismo, oltre 1000 euro al mese anche nel centro convenzionato

Autismo, oltre 1000 euro al mese anche nel centro convenzionato

Un percorso di terapia per una bambina con autismo può costare più di 1000 euro al mese anche quando la famiglia si rivolge a un centro convenzionato. È la denuncia di una madre, che riporta al centro una domanda difficile: quanto è davvero accessibile la sanità pubblica?

Secondo quanto riportato da Fanpage Roma, la donna ha raccontato il peso economico sostenuto per garantire alla figlia interventi ritenuti necessari, descrivendo una situazione in cui la qualità e la continuità delle cure sembrerebbero dipendere anche dalla disponibilità finanziaria della famiglia. «Oggi puoi accedere a percorsi di qualità solo se hai i soldi, altrimenti resti solo», è il senso della sua denuncia.

Si tratta, al momento, della testimonianza di una madre e non di un dato generale riferibile a tutti i centri convenzionati. Il caso, però, porta alla luce un problema più ampio: tra il riconoscimento del diritto alla cura e l’effettiva possibilità di usufruirne possono esserci liste d’attesa, limiti delle prestazioni garantite e costi aggiuntivi a carico dei genitori.

Per una famiglia, una spesa mensile di questa entità non è un semplice sacrificio organizzativo. Può significare rinunciare ad altre necessità, ridurre il lavoro, chiedere aiuto ai parenti o interrompere il percorso quando le risorse finiscono. E proprio la continuità, soprattutto nei percorsi rivolti a minori, è uno degli elementi che le famiglie considerano decisivi.

Il nodo non riguarda soltanto il prezzo di una terapia. Riguarda la distanza tra ciò che il sistema sanitario dichiara di garantire e ciò che una famiglia riesce concretamente a ottenere, in tempi compatibili e senza indebitarsi. Se l’accesso alle prestazioni più adeguate è legato al reddito, il principio di equità rischia di restare sulla carta.

Quando le terapie dipendono dal reddito

La convenzione con il servizio sanitario non significa automaticamente gratuità o copertura integrale di ogni prestazione. Le condizioni possono dipendere dal progetto individuale, dalle disponibilità del centro, dalle regole territoriali e dal numero di ore riconosciute. Per questo, prima di trasformare una denuncia in una generalizzazione, servono verifiche puntuali sul singolo percorso e sulle responsabilità dei soggetti coinvolti.

Ma proprio questa complessità non può diventare un alibi per lasciare sole le famiglie. Le istituzioni dovrebbero rendere comprensibili criteri, tempi, costi e alternative, oltre a verificare se l’offerta disponibile sia sufficiente rispetto alla domanda. Altrimenti il rischio è che il sostegno pubblico esista formalmente, mentre nella pratica siano i genitori a colmare le lacune con il proprio reddito, il proprio tempo e la propria resistenza.

La domanda posta da questa madre non chiede privilegi: chiede se un diritto possa dipendere dalla capacità di pagare. E se la risposta resta affidata alla forza economica delle singole famiglie, chi garantisce che nessun bambino venga lasciato indietro?

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