La recente denuncia per insulti sui social, formulata pur nel segno di una dichiarata stima personale verso l’interlocutore, mette in luce un problema che non è più solo personale ma istituzionale.
La linea che separa la critica politica dall’attacco personale si è assottigliata. Per i rappresentanti romani, dal consigliere municipale al componente della Giunta del Campidoglio, l’aggressività online non è un fastidio astratto: può condizionare scelte comunicative, limitare la disponibilità al contatto con i cittadini e trasformare il dibattito pubblico in un campo di battaglia in cui prevalgono offese e delegittimazioni.
Non si tratta di chiedere censure preventive né di negare il diritto di critica: si tratta di difendere una cornice minima di civiltà che consenta agli amministratori di svolgere funzioni pubbliche senza subire campagne personali che sfociano in diffamazione, minacce o molestie. In questo senso esiste già un quadro normativo e operativo — dalla possibilità di segnalare reati alla polizia postale alla via civile per la tutela dell’onore — ma la complessità delle piattaforme e la rapidità della viralità impongono procedure più snelle e una concreta assistenza locale.
Il Campidoglio e i Municipi devono fare la loro parte con misure pratiche: protocolli di segnalazione chiari per i consiglieri, sportelli di supporto psicologico e legale, corsi di formazione sulla gestione dei social e campagne di alfabetizzazione civica rivolte alla cittadinanza. La Questura e la Prefettura, dal canto loro, possono rafforzare il raccordo con le unità specializzate e definire percorsi preferenziali per valutare e intervenire quando il confine tra critica e reato viene superato.
Alle piattaforme social si chiede responsabilità operativa: non basta un algoritmo generico; servono canali istituzionali dedicati, trasparenza nelle decisioni di moderazione e collaborazione concreta con le amministrazioni locali per rimuovere contenuti illeciti e individuare i responsabili. Solo così si può ridare ossigeno a una discussione politica che resti aspra ma rispettosa.
La vicenda che ha coinvolto Mulé è un monito: la cattiveria che si insinua nei social media non si dissolve nel feed, ritorna nella vita pubblica e privata, erodendo fiducia e capacità di governare. Roma deve rispondere sapendo distinguere la critica legittima dall’aggressione, dotandosi di strumenti che tutelino persone e istituzioni senza sopprimere il confronto democratico.
