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Risse e violenza: il brutto volto dello sport parrocchiale a Roma

Di Italo Lauro18 Luglio 2026 - 20:303 ore fa 2 min di lettura
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Risse e violenza: il brutto volto dello sport parrocchiale a Roma
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Ultimamente, purtroppo, ci troviamo a commentare episodi di violenza che si manifestano anche in contesti insospettabili, come un torneo di calcio organizzato in una parrocchia. A Veroli, il parroco Don Dino Mazzoli ha spento i fari e mandato a casa i giocatori a causa di insulti e spintoni tra le squadre in campo. Una scena che dovrebbe essere da spettacolo e spartito di sana competizione si è trasformata in una rissa da bar. Il parroco ha tuonato: “Questo è lo sport che non voglio”. Ma ci siamo chiesti, cosa è successo alle regole del gioco? Chi ha il compito di educare i giovani su valori come il rispetto e la lealtà?

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il torneo di calcio, piuttosto che essere un momento di divertimento e socializzazione per i ragazzi, ha visto il prevalere della violenza e della prevaricazione. La domanda sorge spontanea: siamo davvero pronti a tollerare questo degrado? Stranamente, la questione si intreccia con un altro caso preoccupante: un’aggressione a un medico durante un servizio di emergenza sanitaria. Due eventi che, pur diversi, punteggiano un clima di crescente intolleranza e aggressività sito in una Roma che sembra aver smarrito il senso di civiltà.

Le violenze, purtroppo, non si limitano agli sport di strada: si estendono a scenari professionali, come quello sanitario, dove i medici, in prima linea nella lotta contro il Covid-19 e non solo, si ritrovano ad affrontare non solo la fatica ma anche il rischio di aggressioni. Come possiamo pretendere rispetto se chi si occupa della salute pubblica viene aggredito per il semplice fatto di fare il proprio lavoro? È un mondo che cammina all’incontrario.

Le misure preventive delle autorità

In questo contesto di crescente violenza, ci si aspetterebbe iniziative concrete dalle autorità da tempo. Tuttavia, le reazioni sono lente e spesso inadeguate. È necessario un piano d’azione che coinvolga non solo le forze dell’ordine ma anche le scuole, le associazioni e le famiglie. Le istituzioni devono unirsi non solo per reprimere, ma soprattutto per educare e prevenire. Ogni episodio di violenza è un campanello d’allarme per la società: come possiamo permettere che le risse diventino una norma nei campi sportivi parrocchiali? Non è questo il messaggio di comunità e coesione che dovremmo dare ai nostri ragazzi.

Manca un approccio globale che allarghi lo sguardo su tutti i fattori che alimentano questo fenomeno: degrado sociale, esclusione, mancanza di programmi educativi incentrati sul rispetto, intrattenimento spinto dalla cultura del delirio. La vera sfida è come ricostruire i valori sportivi e sociali, non solo come un’idea da promuovere, ma come una nostra responsabilità quotidiana. Quindi, ci si può davvero sorprendere se uno sport che dovrebbe unire diventa un’arena di conflitti?