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Dall’Etna a Roma: cosa insegnano i casi di fulmine ai nostri pronto soccorso

La tragedia sull'Etna mette sotto la lente la capacità dei servizi sanitari di Roma di gestire traumi complessi e trasferimenti urgenti: dal 118 ai reparti, serve più coordinamento e percorsi prioritari in città.

Di Redazione Digitale17 Agosto 2026 - 16:0548 minuti fa 2 min di lettura
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Dall’Etna a Roma: cosa insegnano i casi di fulmine ai nostri pronto soccorso

La morte dell’escursionista colpito da un fulmine sull’Etna è uno choc, ma anche un richiamo urgente: Roma deve rivedere come i suoi pronto soccorso e i servizi di emergenza gestiscono i traumi legati a eventi naturali e i trasferimenti urgenti.

Non è un caso isolato: eventi atmosferici estremi, incidenti in aree impervie, e trasporti inter-ospedalieri mettono in luce elementi che qui in città svolgono un ruolo decisivo nella sopravvivenza. Il primo punto è la catena del soccorso: dalla chiamata al 118 alla stabilizzazione sul luogo e al trasporto. Nei grandi centri urbani come Roma, la pressione del traffico, la frammentazione amministrativa tra municipi e la disponibilità di posti critici possono allungare i tempi decisivi. Per i pazienti con traumi da impatto o da fulmine, ogni minuto conta.

I pronto soccorso della Capitale devono pensare in termini di sistema e non di singolo reparto. Serve migliorare i protocolli di triage per riconoscere velocemente lesioni emodinamiche e neurologiche non evidenti, potenziare la formazione del personale su traumi elettrici e termici e garantire corsie preferenziali fisiche e digitali per chi arriva in codice rosso. Significa anche avere piani chiari per l’allocazione rapida di posti in terapia intensiva e chirurgia d’urgenza, e procedure di trasferimento tra ospedali meno burocratizzate nelle prime ore.

Un altro nodo pratico è la logistica urbana: il Campidoglio, la Prefettura e i municipi devono dialogare con i gestori del traffico e con ATAC per assicurare corridoi prioritari agli automezzi di soccorso durante picchi di domanda o eventi esterni che richiedono trasferimenti dalle aree periferiche o montane. Parcheggi per ambulanze nei pressi degli ospedali, vie d’accesso sgombre e il coordinamento con il servizio di elisoccorso vanno pianificati e testati con esercitazioni interistituzionali regolari.

I cittadini romani possono fare la loro parte: non intralciare i mezzi di soccorso, conoscere il percorso verso l’ospedale più vicino e non intasare le linee di emergenza per questioni non urgenti. Ma la responsabilità più grande è del sistema sanitario e delle istituzioni locali: trasformare la cronaca in cambiamento operativo, con protocolli aggiornati, fondi per la formazione e una rete che non si inceppi quando la situazione diventa critica. Se l’Etna ci insegna qualcosa, è che la fragilità di una vita va affrontata con prontezza organizzativa, non con improvvisazione.