Una protesta sul caro vita può essere legittima, ma non può diventare il lasciapassare per aggredire chi lavora o per trasformare le strade di Roma in un campo di scontro. La giornata del corteo partito dallo sciopero Usb lascia due immagini difficili da conciliare: la rabbia sociale di molti e la violenza attribuita, in prima ricostruzione, a singoli gruppi.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, circa 300 giovani sono stati identificati dopo le tensioni con la polizia, mentre i manifestanti diretti verso il Parlamento sono stati fermati con cariche e idranti. Il dato riguarda le identificazioni e non equivale, da solo, all’accertamento di responsabilità penali: eventuali denunce e contestazioni dovranno essere verificate dagli investigatori e dalla magistratura.
Nel bilancio della giornata c’è anche la testimonianza di Giuseppe Fini, proprietario della Taverna dei Quaranta, in via Flavia, la strada che collega l’area del Colosseo al Celio. Il ristoratore ha raccontato di essere stato aggredito da presunti infiltrati e ha riassunto così la sua posizione: “Gli infiltrati mi hanno picchiato ma io sto con chi si indigna”.
È una frase che merita di essere ascoltata per intero. Fini descrive una violenza subita, ma nello stesso tempo rifiuta di confondere l’aggressione con le ragioni di chi manifesta. La sua testimonianza è un elemento importante per comprendere il clima, non una prova definitiva sulla dinamica complessiva del corteo né sull’identità di chi lo avrebbe colpito.
La distinzione è essenziale. Una mobilitazione contro il caro vita non diventa illegittima perché alcuni partecipanti, o persone estranee al corteo, commettono violenze. Allo stesso modo, la presenza di una rivendicazione sociale non può attenuare la responsabilità individuale di chi aggredisce, danneggia o affronta le forze dell’ordine.
Il rischio, dopo ogni scontro, è che il confronto pubblico si riduca a una gara di etichette: da una parte tutti i manifestanti descritti come pericolosi, dall’altra ogni intervento della polizia presentato come abuso. La realtà, invece, va ricostruita passaggio per passaggio, attraverso immagini, testimonianze, referti, verbali e identificazioni. Prima di allora, parlare di infiltrati come di una responsabilità già definita resta una ricostruzione da confermare.
La rabbia giovanile non nasce nel vuoto. Il costo della vita, il lavoro incerto, gli affitti e la sensazione di non avere strumenti per incidere sulle decisioni pubbliche alimentano un malessere che può trovare spazio nelle piazze. Ma comprendere le cause di quella rabbia non significa giustificare la violenza. Anzi, significa evitare che gli episodi più gravi finiscano per cancellare proprio le ragioni di chi protesta pacificamente.
Cosa sappiamo degli scontri e cosa resta da verificare
Le informazioni disponibili indicano che la manifestazione, nata nel contesto dello sciopero Usb contro il caro vita, ha avuto una fase di forte tensione quando una parte dei partecipanti ha cercato di raggiungere il Parlamento. Le forze dell’ordine hanno utilizzato cariche e idranti per bloccare il corteo. Sono stati identificati circa 300 giovani, ma non è ancora possibile sovrapporre automaticamente questo dato a quello dei responsabili degli scontri.
Resta da chiarire la sequenza precisa degli episodi, compresa l’aggressione denunciata dal ristoratore di via Flavia. Saranno gli accertamenti della polizia e le eventuali immagini disponibili a stabilire chi abbia partecipato alle violenze e con quali responsabilità. Nel frattempo, la cautela non deve diventare silenzio: condannare l’aggressione è necessario, così come difendere il diritto di manifestare senza criminalizzare un’intera mobilitazione.
La domanda che Roma lascia sul tavolo è dunque scomoda ma inevitabile: una piazza può difendere la propria indignazione e, nello stesso momento, isolare con chiarezza chi la usa per colpire?
