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Murale anti-polizia rimosso a Roma: chi ha deciso davvero?

Murale anti-polizia rimosso a Roma: chi ha deciso davvero?

Un murale con la scritta francese «tout le monde deteste la police» compare in una classe del liceo scientifico Plinio Seniore, a Castro Pretorio, e viene rimosso. La domanda scomoda non riguarda soltanto il contenuto dello slogan: riguarda chi abbia disposto la cancellazione, con quale motivazione e dove finisca la tutela della scuola e inizi la censura.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la frase sarebbe stata fatta cancellare su iniziativa attribuita al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Il dipinto comprendeva anche la figura della Marianne ed era riconducibile a uno slogan già utilizzato nelle manifestazioni studentesche. Ma l’attribuzione politica della decisione, per come emerge dalle informazioni disponibili, deve essere distinta dall’atto amministrativo concreto: non è ancora chiarito se la rimozione sia stata ordinata direttamente dal ministero, dalla dirigenza scolastica o da altri soggetti dell’istituto.

È questo il passaggio che rischia di perdersi nella polemica. Un conto è contestare un messaggio percepito come ostile alle forze dell’ordine; un altro è intervenire su un’opera realizzata dentro una scuola senza rendere pubblici i criteri, le responsabilità e l’eventuale procedura seguita. Se esiste una motivazione formale, va resa verificabile. Se invece si è trattato di una scelta politica comunicata a posteriori, il problema cambia radicalmente.

Lo slogan è provocatorio, e non serve fingere il contrario. Ma una scuola non è un luogo nel quale il dissenso debba apparire soltanto quando è già addomesticato. Il compito dell’istituzione dovrebbe essere quello di contestualizzare, discutere e, se necessario, chiedere agli studenti di spiegare il significato dell’opera. Rimuovere può essere legittimo in presenza di regole violate, minacce o contenuti incompatibili con la vita scolastica; senza questi elementi documentati, la cancellazione rischia di diventare il messaggio più forte di tutti.

Il riferimento all’occupazione del liceo Galilei va inserito nello stesso clima di tensione che attraversa alcune scuole romane, ma senza sovrapporre episodi diversi. Un’occupazione e la rimozione di un murale hanno dinamiche, responsabilità e conseguenze differenti. Usarli come un unico caso contro gli studenti o contro il governo può essere efficace sui social, ma non aiuta a stabilire i fatti.

Il nodo politico è quindi più ampio dello scontro tra “studenti ribelli” e “istituzioni”. Da una parte c’è la necessità di garantire rispetto per chi indossa una divisa e di impedire che la scuola diventi uno spazio di intimidazione. Dall’altra c’è il diritto degli studenti a esprimere anche un messaggio sgradito, purché non si trasformi in minaccia o violenza. La libertà di espressione non rende ogni slogan intoccabile, ma nemmeno autorizza ogni rimozione a essere presentata come atto neutro.

Cosa sappiamo davvero sulla rimozione del murale

È accertata la presenza, in una classe del Plinio Seniore di Castro Pretorio, della frase «tout le monde deteste la police» accompagnata dalla raffigurazione della Marianne, secondo la ricostruzione della fonte indicata. È inoltre noto che il messaggio richiama uno slogan diffuso nelle mobilitazioni studentesche. Resta invece da chiarire, con documenti o dichiarazioni ufficiali, chi abbia materialmente disposto la cancellazione e quale motivazione formale sia stata adottata.

Da verificare è anche il ruolo preciso del ministero: l’iniziativa viene attribuita a Valditara, ma attribuire una decisione politica non equivale a dimostrare l’esistenza di un ordine diretto alla scuola. Servono quindi la posizione della dirigenza del liceo, gli eventuali atti interni e una ricostruzione della tempistica. Fino a quel momento, parlare di censura può essere una lettura politica; presentarla come un fatto definitivamente provato sarebbe prematuro.

La discussione, alla fine, non si misura soltanto sul muro cancellato. Si misura sulla trasparenza con cui le istituzioni spiegano le proprie decisioni: in una scuola il dissenso va educato, discusso e, quando necessario, limitato sulla base di regole pubbliche. Se quelle regole non vengono mostrate, chi sta davvero difendendo l’autorità dell’istituzione?

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