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Ostia, una piazza per Caligari: la memoria non è nostalgia

Ostia, una piazza per Caligari: la memoria non è nostalgia

Una piazza sul lungomare per Claudio Caligari non è soltanto un omaggio a un regista. È una scelta che obbliga Ostia a guardare la propria memoria più scomoda: quella degli anni dell’eroina, delle periferie e delle vite raccontate senza filtri.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’attrice Michela Mioni ha ricordato quel periodo con parole concrete: «Andavamo al Sert del Sant’Eugenio a prendere il metadone e ci sentivamo tutti di sinistra». Una frase che restituisce il clima di un’epoca senza trasformarlo in cartolina e senza confondere la memoria con la nostalgia.

Caligari ha portato sullo schermo persone e luoghi spesso osservati da lontano, con uno sguardo ruvido ma partecipe. In Amore tossico, il rapporto tra Ostia, la dipendenza e la marginalità diventa materia cinematografica, non semplice sfondo. Il valore di quel racconto sta anche nel rifiuto delle scorciatoie: nessuna periferia idealizzata, nessuna redenzione facile, nessuna condanna pronunciata dall’alto.

Per questo la dedica assume un significato che va oltre la cerimonia. Una piazza intitolata a Caligari può essere un luogo in cui ricordare una stagione dolorosa, ma anche un invito a non rimuovere le domande che quella stagione lascia aperte: quanto sono davvero cambiati i quartieri, il modo di affrontare le dipendenze e la capacità delle istituzioni di intercettare il disagio prima che diventi una condanna?

L’assessore Smeriglio ha parlato di un debito di Roma nei confronti del regista. È un riconoscimento importante, ma ogni memoria pubblica porta con sé una responsabilità: non basta celebrare l’autore, bisogna preservare il senso del suo lavoro. Se il cinema di Caligari aveva il merito di mostrare ciò che molti preferivano non vedere, quella piazza dovrebbe continuare a fare altrettanto.

Il cinema come memoria civile delle periferie

Il cinema di Caligari resta rilevante perché non usa la periferia come semplice ambientazione. La attraversa, ne ascolta i linguaggi e mostra il peso delle condizioni sociali sulle scelte individuali. Raccontare l’eroina significa allora parlare anche di solitudine, servizi, famiglie, amicizie e istituzioni: una rete di fattori che non può essere ridotta né a un problema di ordine pubblico né a una stagione di trasgressione.

La nuova piazza può diventare un punto di memoria civile proprio se eviterà l’effetto commemorativo fine a se stesso. Il nome del regista acquista senso quando riapre una discussione sul presente e quando permette a Ostia di riconoscersi nella propria storia senza restarne prigioniera. La domanda, per Roma, è se questa dedica sarà soltanto una targa o l’inizio di un modo più serio di ascoltare le periferie.

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