L’arresto di Jacques Moretti, accusato di aver picchiato la moglie fino al ricovero, riporta in primo piano una domanda scomoda: come protegge davvero chi subisce violenza domestica?
La vicenda, seppure avvenuta fuori dai confini cittadini, è un detonatore per il dibattito nazionale e locale. In Italia esistono centri antiviolenza, case rifugio, servizi sanitari e percorsi giudiziari pensati per rispondere a questi drammi, ma la loro efficacia dipende da una catena di passaggi che spesso si inceppa: dalla prima accoglienza in pronto soccorso all’attivazione dei servizi sociali, dalle procedure di denuncia agli strumenti di protezione immediata. Quando uno di questi anelli è debole, la protezione rimane teorica.
Nel tessuto urbano di Roma la rete è estesa ma frammentata: municipi che gestiscono servizi sociali, sportelli di prossimità, centri specializzati sparsi sul territorio, forze dell’ordine impegnate su più fronti e strutture sanitarie che accolgono le vittime. Il problema non è solo la presenza delle strutture, ma la loro capacità di lavorare insieme in modo rapido e stabile. Troppo spesso la paziente percorre la trafila — pronto soccorso, denuncia, colloqui psicologici — senza che si attivi immediatamente un piano di sicurezza coordinato tra Questura, Uffici sociali e i centri antiviolenza.
Roma potrebbe migliorare su più fronti concreti: sportelli unici nei municipi per la segnalazione e l’attivazione immediata della rete, corsi obbligatori e aggiornati per operatori sanitari e forze dell’ordine sulla gestione delle vittime, canali protetti per le denunce anche via digitale, e protocolli condivisi con il Tribunale per accelerare le misure cautelari come l’allontanamento d’urgenza. Serve inoltre maggiore trasparenza sui posti disponibili nelle case rifugio e un piano di finanziamento stabile del Comune per garantire continuità ai centri antiviolenza, spesso dipendenti da bandi e trasferimenti incostanti.
Prevenzione significa anche presidio territoriale: campagne incisive nei quartieri più esposti, collaborazioni tra scuole e servizi sociali, e l’integrazione degli sportelli anti-violenza con i servizi di trasporto e sanità territoriale per garantire accesso anche a chi vive ai margini. Per chi è in pericolo, le strade da percorrere restano chiare: ricovero ospedaliero in caso di necessità, contatto con il numero verde 1522 o con i centri antiviolenza, segnalazione alla Questura e attivazione del servizio sociale del proprio municipio. Ma non basta chiedere alle vittime di muoversi: tocca alle istituzioni — a partire dal Campidoglio — mettere in piedi una macchina che non lasci più nessuno a metà strada.