Bonelli l’ha detto chiaro: se la sinistra romana resta invischiata nelle contese di leadership, sarà la città a pagare il conto — e il centrodestra potrebbe raccogliere i voti.
Non è una sterile critica interna: è un avvertimento politico che nasce dalla quotidianità delle strade, dei treni in ritardo, delle palestre di quartiere che chiudono, dei campi sportivi non manutenzionati. Nel definire «invenzione» la candidatura di Ranucci con Avs e nell’esortare «Ora il programma. Con la contesa sulla leadership si perde alle urne», Bonelli mette il dito su una ferita che i romani conoscono bene: le liti tra sigle e personalismi consumano energie su cui la città invece dovrebbe contare.
Chi vive Roma non chiede nuove sigle o fibrillazioni mediatiche: chiede un’idea concreta di città, servizi funzionanti e risposte territoriali. È qui che il centrodestra può guadagnare terreno. Non per magia, ma per semplice aritmetica politica: gli elettori stanchi del parcheggio che manca, del bus che non passa o dell’impianto sportivo chiuso per mesi, sono più inclini a premiare chi sembra dare soluzioni percepite come più efficaci e meno autoreferenziali. Quando la sinistra dialoga poco con i municipi, le associazioni sportive e i comitati di quartiere, lascia spazi di interlocuzione che altri occupano.
La ricetta non è complessa, e non richiede capibastone ma metodo. Serve un programma condiviso che parta dalle cose che toccano la vita quotidiana: manutenzione degli impianti sportivi, investimenti per le palestre scolastiche, piano credibile per la mobilità e il trasporto locale, cura del decoro urbano nei quartieri periferici. Serve soprattutto una rete di confronto stabile con i Municipi, con chi gestisce gli impianti e con le migliaia di volontari che mantengono viva la pratica sportiva locale. Senza questo lavoro di territorio le parole restano spot; con esso, diventano argomentazioni da portare alle urne.
La sinistra romana ha ancora tempo per rimettere l’ordine: non attraverso azioni di retroguardia su chi comanda, ma passando al fronte operativo. Il rischio è che, nel frattempo, chi sta all’opposizione o chi lavora più sul consenso immediato trasformi il disagio diffuso in consenso elettorale. Per Roma — e per chi ama questa città oltre le sigle — la priorità è una sola: meno schermaglie, più programmi che funzionino davvero sul territorio.