Un consigliere comunale della Lega in sella a un monopattino senza casco: scuse brevi, sorriso e la battuta sulla possibile reazione del leader. È bastato questo per trasformare una violazione del codice della strada in un piccolo show politico, andato in scena nelle strade di Roma.
L’interessato — Fabrizio Santori — ha pronunciato una frase di scuse e ha aggiunto un riferimento alla reazione che avrebbe potuto avere il segretario del partito, suscitando risate e like più che prese di posizione ferme. Quel che nelle vite ordinarie sarebbe un’ammissione rapida per ottemperare alle regole della sicurezza, nella piazza mediatica diventa invece occasione di narrazione: applausi di circostanza, selfie e il rituale dello sdegno che passa e non lascia tracce pratiche.
Non è una questione di simpatia o antipatia personale, ma di prospettiva. La politica che vive di immagini ha trasformato il mea culpa in formato breve: due righe per chiarire, un’istantanea per la timeline, e tutto ritorna alla normalità. Il problema è che questo meccanismo premia il gesto performativo più dell’intervento strutturale: meglio un video virale che una proposta seria su sicurezza stradale, controlli o manutenzione delle infrastrutture per la micromobilità.
Per i romani la faccenda assume contorni concreti. Ogni giorno pendolari e cittadini si confrontano con buche, corsie ciclabili incomplete, monopattini abbandonati sui marciapiedi e incertezze normative. Il richiamo alla sicurezza — casco, limiti di velocità, norme per la circolazione — non può restare un tema di apertura per l’opinione pubblica prima di un tweet e di chiusura una volta ottenuti i consensi virtuali. Serve lavoro amministrativo, piuttosto che applausi di cortesia.
Alla fine la scena romana del monopattino senza casco è più istruttiva di quanto sembri: racconta una politica che preferisce la morale lampo alla politica concreta. Se lo spettacolo produce consenso, la città continua però a sommare problemi di mobilità che non si risolvono con una battuta sul leader o una scusa veloce. Gli applausi non rattoppano le strade né potenziano i servizi pubblici; servono fatti, non soli siparietti.
