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«Qui in carcere ci dicono di non parlare ai pm». Il silenzio che intralcia le indagini sulla bomba a Ranucci

Un indagato nell’inchiesta sull’attentato all’ex conduttore Sigfrido Ranucci racconta di aver subito pressioni in carcere perché non collaborasse con i magistrati. Le rivelazioni mettono in luce un meccanismo che può compromettere l’accertamento della verità.

«Qui in carcere ci dicono di non parlare ai pm». Il silenzio che intralcia le indagini sulla bomba a Ranucci

«Qui in carcere altri detenuti ci dicono di non parlare ai pm». La frase, pronunciata da uno degli indagati nell’inchiesta sull’esplosione indirizzata all’ex conduttore Sigfrido Ranucci, getta una luce netta su un problema che rischia di rallentare e deformare l’accertamento dei fatti: la pressione del contesto detentivo sul diritto alla testimonianza.

Ai magistrati l’indagato ha aggiunto particolari che rimandano ai passaggi già emersi nelle indagini: nomi, ruoli e la promessa che trasformò un «lavoretto» di periferia in attentato, con una cifra concordata intorno ai tremila euro. È ricostruita una catena in cui emerge il ruolo di factotum e intermediari: una manovalanza reperita in rioni come il Gescal di Cicciano, volti giovani e parenti coinvolti, e la figura di un presunto promotore che avrebbe orchestrato il collegamento con chi materialmente realizzò l’ordigno.

Non si tratta solo di dichiarazioni processuali. La denuncia del «non parlate» in carcere apre un problema operativo: quando chi è in grado di chiarire dinamiche e responsabilità si trova in un ambiente dove vigono regole non scritte e pressioni collettive, la prova rischia di essere artificiosamente depotenziata. Nei colloqui con gli inquirenti l’indagato ha anche riferito: «Con Tavares lavorai anche per Sal da Vinci», frase che getta ombre sulle reti relazionali su cui gli investigatori stanno cercando riscontri.

Parallelamente è stato comunicato che, nelle verifiche sul periodo di detenzione, non risultano denunce di aggressioni in cella nei confronti del presunto promotore. Quel dato non elimina però la persistenza di un clima deterrente: la minaccia non sempre passa attraverso atti violenti registrabili, può manifestarsi in isolamento, ricatti, o nella semplice diffusione di un codice omertoso tra i detenuti.

Per la città e per chi segue il caso la questione è pratica e stringente: se il carcere diventa luogo dove la collaborazione viene scoraggiata, le indagini si impoveriscono e la responsabilità pubblica fatica a emergere. Le autorità giudiziarie e carcerarie si trovano così davanti a un bivio operativo: garantire a chi parla protezione reale e procedure efficaci oppure rischiare che il silenzio in cella diventi uno strumento di impunità.

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