Il processo per la morte di Federica Torzullo non si ferma. Il giudice ha respinto il ricorso presentato dalla difesa di Carlomagno, che contestava la qualificazione del fatto come femminicidio e chiedeva di sollevare una questione di legittimità costituzionale.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la decisione consente dunque al procedimento di proseguire. Torzullo è stata uccisa il 9 gennaio scorso con 23 coltellate; la responsabilità dell’imputato, tuttavia, dovrà essere accertata nelle sedi processuali e non può essere anticipata dal racconto pubblico della vicenda.
Il punto non è soltanto il termine “femminicidio”, né una disputa sul peso delle parole. La qualificazione giuridica incide sul modo in cui l’accusa viene costruita e sui presupposti che il giudice dovrà valutare. La difesa ha contestato proprio questo passaggio, chiedendo che la norma fosse sottoposta a un vaglio di legittimità costituzionale. Il giudice, respingendo il ricorso, ha scelto di non interrompere il percorso processuale.
È una decisione che non equivale a una sentenza definitiva e non chiude il confronto sulle responsabilità. Dice però qualcosa di importante sul metodo: prima di ogni giudizio pubblico vengono le garanzie, la verifica delle prove e la distinzione tra ciò che sostiene l’accusa, ciò che contesta la difesa e ciò che il tribunale riterrà dimostrato.
Nel dibattito sociale, il rischio è che la discussione si riduca a una contesa nominale. Ma il femminicidio, quando viene contestato in un processo, richiama la possibile matrice di genere della violenza e il contesto nel quale una donna viene uccisa. Non basta usare una parola per spiegare un delitto; allo stesso tempo, cancellare quella dimensione dal linguaggio può rendere invisibile una parte essenziale del problema.
Cosa sappiamo del ricorso e della decisione del giudice
Il dato processuale disponibile è questo: la difesa di Carlomagno aveva chiesto di fermare il procedimento e di sottoporre alla valutazione della Corte costituzionale la disciplina legata alla qualificazione del reato come femminicidio. Il giudice ha respinto la richiesta e il processo proseguirà.
Restano distinti tre piani: la ricostruzione dell’omicidio di Federica Torzullo, la qualificazione giuridica contestata dalla difesa e l’accertamento definitivo delle responsabilità. Confonderli significa trasformare un passaggio processuale in una sentenza anticipata, oppure ridurre la possibile matrice di genere della violenza a una semplice etichetta. Il linguaggio scelto per raccontare il caso sarà quindi parte della responsabilità pubblica dell’informazione: quanto sapremo discutere del merito senza smarrire né le garanzie dell’imputato né la dignità della vittima?
La decisione del giudice riporta ora il confronto nelle aule di tribunale. Fuori, resta una domanda difficile: il dibattito sul femminicidio riuscirà a concentrarsi sui fatti, sulle prove e sulle responsabilità, invece di fermarsi alla parola che li descrive?
