Un defibrillatore appeso alla parete non salva nessuno se chi è dietro al bancone non sa usarlo, se la batteria è scarica o se l’ambulanza arriva quando è ormai troppo tardi. La proposta per bar e ristoranti romani sopra i 250 metri quadrati riapre una domanda scomoda: sicurezza vera o l’ennesimo obbligo lasciato sulle spalle degli esercenti?
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la delibera presentata dal sindaco Roberto Gualtieri punta a installare 1.800 dispositivi in un anno e a portare a 4.000 il totale dei defibrillatori presenti nella Capitale. Il piano prevede anche corsi gratuiti di primo soccorso rivolti a cittadini ed esercenti. Numeri importanti, ma ancora legati a una proposta: tempi, modalità operative e controlli dovranno essere chiariti.
Il principio è difficile da contestare. In caso di arresto cardiaco, ogni minuto può pesare. Avere un dispositivo vicino può fare la differenza. Ma trasformare una buona idea in una politica efficace è un’altra partita. “Non basta mettere il defibrillatore: bisogna farlo trovare pronto, accessibile e utilizzabile”, è il punto che dovrebbe stare al centro del provvedimento.
La soglia dei 250 metri quadrati, però, rischia di creare una sicurezza a macchia di leopardo. Un locale più piccolo può trovarsi a pochi metri da un’attività obbligata a dotarsi del dispositivo, mentre in un’altra strada il presidio più vicino potrebbe essere molto più lontano. La superficie del locale è un criterio semplice da applicare, ma non fotografa da sola il rischio reale: contano anche affluenza, posizione, distanza dai soccorsi e presenza di grandi flussi di persone.
E poi ci sono i costi. Acquisto, manutenzione, sostituzione delle batterie, elettrodi, formazione e aggiornamento del personale non sono dettagli. Per un grande ristorante possono diventare una voce gestibile; per un’attività con margini più stretti, un altro adempimento da sostenere. Se il Comune impone, deve anche spiegare chi paga e come evita che l’obbligo si trasformi in una sanzione amministrativa senza prevenzione.
Cosa cambia per bar, ristoranti e clienti
Per i gestori, il punto non sarà soltanto installare il dispositivo. Serviranno una posizione ben visibile, segnaletica chiara, accesso immediato anche nei momenti di maggiore affollamento e personale capace di intervenire seguendo le indicazioni del 112. Andrà chiarito anche chi sarà responsabile dei controlli e con quale frequenza verranno verificati funzionamento e manutenzione.
Per i clienti, invece, la presenza del defibrillatore potrà diventare una garanzia solo se inserita in una rete coordinata. Un dispositivo inutilizzato o difficile da raggiungere è poco più di un simbolo. I corsi gratuiti annunciati possono essere la parte più utile della misura, ma dovranno raggiungere davvero lavoratori e cittadini, non restare una promessa sulla carta.
La sfida, insomma, non è collezionare apparecchi per poter dire che Roma ne ha 4.000. È dimostrare quanti interventi siano stati resi possibili, in quanto tempo e con quali risultati. Se il provvedimento arriverà a compimento, i romani avranno più sicurezza o soltanto un nuovo obbligo da spuntare? Su questo, il dibattito è appena cominciato.
