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Morgagni occupato, gli studenti sfidano il silenzio sulla scuola

Morgagni occupato, gli studenti sfidano il silenzio sulla scuola

Alle tre di notte il liceo Morgagni di via Fonteiana è diventato il punto di partenza di una protesta che va oltre le mura della scuola. Gli studenti hanno occupato l’istituto di Monteverde per contestare il riarmo, la carenza di fondi per l’edilizia scolastica e quello che definiscono “Ddl razzismo”, dichiarandosi “in lotta con i lavoratori”.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il liceo è frequentato da circa 1.200 alunni. L’occupazione è dunque un gesto destinato a incidere sulla vita di una comunità ampia, non soltanto una mobilitazione simbolica. Restano da chiarire tempi, modalità e conseguenze della protesta, ma il messaggio politico degli studenti è netto: la scuola viene considerata il luogo in cui si scaricano le contraddizioni di un Paese che trova risorse per la difesa, ma fatica a garantire edifici adeguati e servizi stabili.

Qui sta il nodo più scomodo. L’occupazione può dividere, creare disagi e mettere in discussione il diritto alle lezioni. Ma liquidarla come l’ennesima bravata studentesca significa non vedere la domanda che la sostiene: perché ai ragazzi si chiede di prepararsi al futuro dentro strutture che spesso non ricevono investimenti sufficienti? E perché il confronto pubblico arriva quasi sempre dopo il gesto clamoroso, invece di precederlo?

Il richiamo ai lavoratori allarga il campo. Gli studenti non stanno presentando la protesta soltanto come una vertenza interna al liceo: la inseriscono in una critica più ampia alle priorità della politica, alla precarietà e alle disuguaglianze. È una lettura politica, non un fatto da assumere automaticamente come verità condivisa. Ma proprio per questo merita una risposta politica, non solo disciplinare.

Il tema della sicurezza e quello del disagio sociale, intanto, attraversano altri quartieri di Roma. Le tensioni di Tor Sapienza non possono però essere sovrapposte all’occupazione del Morgagni: sono piani diversi, con persone e responsabilità da accertare separatamente. L’omicidio avvenuto nel quartiere non consente di attribuire colpe senza prove; le ipotesi di ronde e la formula “caccia ai nigeriani”, se rilanciate, devono essere verificate e non trasformate in un’accusa collettiva contro una comunità.

Due tensioni romane, le responsabilità pubbliche

Da una parte ci sono studenti che chiedono più scuola, investimenti e una discussione sul riarmo. Dall’altra, nei quartieri segnati da marginalità e paura, residenti e comunità migranti hanno bisogno di sicurezza, servizi e istituzioni presenti. Sono domande differenti, ma entrambe raccontano una crisi di fiducia: quando lo Stato appare distante, il conflitto riempie il vuoto.

La risposta non può essere scegliere una parte e abbandonare l’altra. Servono controlli e indagini rigorose quando c’è un reato, ascolto dei residenti, tutela delle persone migranti e risorse verificabili per scuole e periferie. Il Morgagni chiede di essere ascoltato; Tor Sapienza chiede di non essere lasciata sola. Roma può permettersi di aspettare che ogni protesta diventi occupazione o che ogni paura diventi una ronda?

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