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Sezze-Roma, l’università costa ore: treni in ritardo e sensi di colpa

Sezze-Roma, l’università costa ore: treni in ritardo e sensi di colpa

Per studiare a Roma non basta superare un esame: per molti studenti pendolari bisogna prima superare ogni giorno il viaggio. Da Sezze a Valle Giulia, il tempo necessario per seguire i corsi può arrivare a un’ora e 40 minuti, trasformando la scelta universitaria in una prova fisica, economica ed emotiva.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, Milla Rose Abbenda, 22 anni, studentessa di architettura, affronta quotidianamente il percorso verso la capitale. La frase che accompagna la sua testimonianza è un’immagine precisa di questa condizione: «Vivo ancora con i miei genitori, tra sensi di colpa e treni in ritardo».

Dentro quelle parole c’è un conflitto che riguarda una generazione intera. Da una parte il desiderio di autonomia, di vivere vicino all’università e costruire una vita adulta senza dipendere dalla famiglia. Dall’altra, il costo degli affitti a Roma, spesso difficile da sostenere per una studentessa o per una famiglia che dovrebbe affrontare anche spese, utenze e trasporti.

Così la casa dei genitori diventa contemporaneamente una protezione e una fonte di disagio. Permette di contenere le spese, ma può alimentare la sensazione di essere rimasti indietro rispetto a un percorso di indipendenza considerato quasi obbligatorio. Il senso di colpa non nasce necessariamente da un rimprovero familiare: può arrivare dal confronto con chi vive già vicino all’università, con chi ha più risorse o con chi può dedicare allo studio il tempo sottratto al pendolarismo.

Il treno, in questo quadro, non è soltanto un mezzo di trasporto. È il confine mobile tra il territorio di provenienza e quello delle opportunità. Quando arriva in ritardo, quando una coincidenza salta o quando il viaggio si allunga, il problema non riguarda solo la puntualità: può significare entrare tardi a lezione, rinunciare a un’attività, studiare meno o tornare a casa quando la giornata è già finita.

Il punto sociale è proprio questo: il diritto allo studio viene formalmente riconosciuto, ma nella pratica può avere costi molto diversi a seconda del luogo in cui si nasce e delle possibilità economiche della famiglia. La distanza da Roma non dovrebbe trasformare l’accesso all’università in una gara di resistenza. Eppure, per chi parte ogni mattina dalla provincia, la costanza richiesta non è solo accademica.

Sezze-Roma: il costo quotidiano di studiare lontano da casa

Il collegamento tra Sezze e Roma racconta una frattura territoriale più ampia. Da un lato ci sono gli atenei, le biblioteche, i laboratori e le occasioni formative concentrate nella capitale; dall’altro, comunità da cui gli studenti partono ogni giorno senza poter contare sempre su un’offerta abitativa accessibile o su collegamenti affidabili.

Il pendolarismo può essere una scelta necessaria, non una preferenza. Per questo ogni ritardo ferroviario si somma a un costo già presente: tempo sottratto allo studio, stanchezza, minore disponibilità per la socialità e una dipendenza economica che rischia di prolungarsi. La domanda, allora, non è soltanto perché una studentessa viva ancora con i genitori, ma perché l’autonomia debba essere possibile solo per chi può permettersela.

La storia di Milla Rose Abbenda non chiude il caso: lo apre. Se l’università deve essere davvero accessibile, è sufficiente chiedere agli studenti di arrivare a destinazione, oppure bisogna garantire che possano farlo senza consumare ogni giorno il tempo, le energie e la fiducia nel proprio futuro?

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