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Halloween in ospedale, la festa che regala normalità ai bambini

Halloween in ospedale, la festa che regala normalità ai bambini

In un reparto pediatrico, anche un momento di festa può diventare una pausa dalla preoccupazione. Al Policlinico Umberto I di Roma, Halloween ha portato ai bambini ricoverati giochi, sorrisi e un frammento di quella leggerezza che l’ospedale spesso interrompe.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’iniziativa solidale è stata promossa dalle associazioni Pacao e Oilfa, con il coinvolgimento di chi ogni giorno vive accanto ai piccoli pazienti e alle loro famiglie. Il senso dell’appuntamento sta tutto in tre parole: «giochi, sorrisi e spensieratezza».

Non è una cura alternativa e non pretende di cancellare la fatica della malattia. È, però, un modo concreto per rendere meno estraneo un luogo difficile, restituendo ai bambini un’esperienza familiare: travestirsi, giocare, lasciarsi sorprendere. Per le famiglie significa anche trovare, dentro una giornata segnata da visite e attese, uno spazio diverso da condividere.

Il merito è di una collaborazione che raramente fa notizia quanto dovrebbe: medici e infermieri garantiscono il contesto sicuro, i volontari offrono tempo e presenza, le associazioni costruiscono occasioni di incontro. Nessun gesto, da solo, cambia il percorso ospedaliero. Insieme, però, questi gesti possono cambiare il modo in cui quel percorso viene vissuto.

La cura oltre le terapie

Il Policlinico Umberto I non è soltanto il luogo in cui si affrontano diagnosi e trattamenti. È anche uno spazio della città, attraversato da bambini, genitori, operatori sanitari e reti di solidarietà. In questa prospettiva, le iniziative nei reparti pediatrici hanno un valore territoriale preciso: portano dentro l’ospedale una parte della comunità romana e ricordano che la vicinanza non si misura soltanto con le prestazioni.

Secondo le informazioni disponibili, nuove giornate di beneficenza sono previste fino a dicembre. Sarà importante che questo impegno continui con la stessa attenzione, senza trasformare la sofferenza dei minori in spettacolo e rispettando tempi, condizioni e bisogni delle famiglie. Perché la cura passa anche dall’ascolto, dalla presenza e dalla capacità di creare momenti di normalità: quanto spazio siamo davvero disposti a riconoscere a questa parte della cura?

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