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Cinema chiusi, la svolta che divide il Lazio: hotel e bar al posto delle sale

Cinema chiusi, la svolta che divide il Lazio: hotel e bar al posto delle sale

Un cinema chiuso può diventare un albergo o un piccolo bar. Sembra rigenerazione urbana, ma la domanda è meno comoda: stiamo recuperando spazi abbandonati o stiamo semplicemente cancellando la loro funzione culturale?

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, alla Pisana è tornata la proposta di legge sui locali dismessi, con la possibilità di rivedere la destinazione d’uso delle vecchie sale dopo cinque o dieci anni. Un passaggio che riaccende la polemica perché dietro una formula tecnica si nasconde una scelta politica precisa: lasciare un immobile vuoto, oppure consentirne la trasformazione in un’attività commerciale.

Il problema è che “cinema chiuso” non significa automaticamente “spazio inutile”. Quelle sale possono essere edifici da riqualificare, certo. Ma sono anche pezzi di quartiere, luoghi di aggregazione e presidi culturali. Se l’unica soluzione proposta è sostituire lo schermo con camere d’albergo o tavolini, il rischio è confondere il recupero con la resa.

La frase da tenere a mente è questa: «Un locale vuoto va riaperto, ma non necessariamente a qualunque condizione». È qui che la proposta dovrebbe essere valutata. Non basta annunciare una nuova destinazione d’uso: servono criteri, vincoli e una verifica concreta dell’interesse pubblico.

La revisione dopo cinque o dieci anni può offrire una via d’uscita ai proprietari e ai Comuni alle prese con immobili inutilizzati. Può sbloccare investimenti e riportare attività in zone dove le saracinesche abbassate sono diventate il paesaggio quotidiano. Ma può anche creare una scorciatoia: aspettare il tempo previsto, cambiare destinazione e puntare sulla soluzione più redditizia.

Ed è questo il punto critico. Un piccolo bar non vale automaticamente meno di una sala cinematografica, così come un albergo non è per forza un’operazione speculativa. Dipende dal progetto, dal quartiere, dai servizi già presenti e da ciò che si perde. Una trasformazione può avere senso se recupera un edificio e restituisce vita alla zona. Diventa più discutibile quando la cultura viene considerata soltanto un ostacolo burocratico.

Cinema chiusi, città e interessi in gioco nel Lazio

Nel Lazio il tema riguarda due esigenze che spesso entrano in rotta di collisione. Da una parte ci sono locali dismessi, costi di manutenzione e immobili che rischiano di restare inutilizzati per anni. Dall’altra ci sono città che hanno già visto sparire sale, librerie e altri luoghi di socialità, sostituiti da attività commerciali più facili da sostenere sul piano economico.

La proposta, per essere credibile, dovrebbe chiarire cosa accade nel periodo intermedio e quali garanzie vengono richieste prima del cambio di destinazione. La soglia dei cinque o dieci anni non può diventare un automatismo. Dovrebbe essere accompagnata da valutazioni sul territorio, accessibilità, impatto sul quartiere e qualità del recupero. Altrimenti la rigenerazione rischia di ridursi a una pratica edilizia con un nome più elegante.

Il confronto non è quindi tra nostalgici del cinema e sostenitori del commercio. È tra due idee di città. Una considera gli edifici soprattutto come contenitori da valorizzare economicamente. L’altra chiede che ogni trasformazione produca anche un beneficio collettivo. Alla Regione Lazio spetta dimostrare che la seconda esigenza non sarà sacrificata alla prima.

Perché riaprire una saracinesca è sempre meglio che lasciarla abbassata. Ma se per farlo bisogna spegnere definitivamente uno dei pochi presidi culturali rimasti, la domanda resta: il Lazio sta rigenerando i suoi quartieri o sta soltanto cambiando insegna?

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