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Città giudiziaria a Prati, il Tar ferma il cemento sul verde di Roma

Città giudiziaria a Prati, il Tar ferma il cemento sul verde di Roma

Una città giudiziaria serve davvero se per costruirla si sacrifica l’ultimo polmone verde di un quartiere? È la domanda che torna sul tavolo dopo la decisione del Tar sul progetto previsto a Prati, nel quadrante Della Vittoria.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il tribunale amministrativo ha bloccato l’intervento e richiamato la necessità di tutelare il verde urbano. Nel mirino c’è un edificio alto 24 metri, pensato per concentrare uffici e funzioni della giustizia in un’area considerata dai comitati l’ultima grande riserva verde del quartiere.

Il ricorso è stato sostenuto da gruppi di cittadini che da sette anni contestano il progetto. Una battaglia lunga, fatta di carte, osservazioni e mobilitazione sul territorio. Il principio rilanciato nella vicenda è semplice: “Il verde va tutelato”. Ma proprio qui comincia il problema politico, perché Roma ha bisogno di uffici giudiziari più efficienti e meno frammentati.

Da una parte ci sono magistrati, dipendenti, avvocati e cittadini costretti a muoversi tra sedi diverse, con tempi e disagi che non hanno nulla di moderno. Dall’altra ci sono alberature, parchi e residenti che temono l’ennesima trasformazione irreversibile di uno spazio comune in un nuovo pezzo di città costruita.

Contrapporre la giustizia all’ambiente sarebbe una scorciatoia. Il punto vero è un altro: chi progetta una grande opera pubblica deve dimostrare di aver valutato fino in fondo tutte le alternative, non soltanto quella più visibile e più costosa. Se il progetto si ferma davanti al Tar, non basta lamentarsi dei ricorsi. Bisogna chiedersi se il percorso urbanistico sia stato trasparente, partecipato e davvero sostenibile.

La decisione non cancella l’esigenza di riorganizzare la macchina giudiziaria. Però impedisce, almeno per ora, di considerare il consumo di suolo come un passaggio obbligato. E questa è la parte che spesso le istituzioni tendono a rimuovere: un’opera pubblica può essere utile e, nello stesso tempo, sbagliata nel luogo o nel modo in cui viene progettata.

Nuova costruzione o riuso dell’esistente: le alternative per la città giudiziaria

La prima alternativa da verificare è il recupero degli edifici già presenti, anche attraverso interventi graduali e coordinati. Il patrimonio costruito di Roma non è infinito, ma prima di occupare altro verde sarebbe ragionevole chiarire quali immobili pubblici o dismessi possano essere riutilizzati, accorpati o trasformati in uffici.

La seconda strada è il riuso di strutture esistenti con una valutazione pubblica dei costi reali: lavori, tempi, accessibilità, sicurezza, collegamenti e impatto sui servizi. Senza numeri comparabili, il confronto resta soltanto uno scontro ideologico. I residenti, inoltre, non possono essere chiamati in causa a progetto deciso: la partecipazione deve arrivare prima, quando esistono ancora margini per cambiare davvero le scelte.

Il Tar ha riaperto una discussione che Roma rimanda da troppo tempo. La città giudiziaria può diventare un modello di efficienza senza trasformarsi nell’ennesima prova che, per fare spazio al nuovo, il verde è sempre la prima cosa sacrificabile? È questa la domanda a cui ora le istituzioni dovranno rispondere, non con slogan ma con progetti verificabili.

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