Il Manifesto di Ventotene non è un cimelio da celebrare una volta l’anno. Se torna su un palcoscenico romano è perché la domanda che lo attraversa — come costruire una pace politica oltre i nazionalismi — non ha ancora trovato una risposta definitiva.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, al teatro Controchiave debutta L’isola, spettacolo che riporta nel presente la vicenda di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Nel 1941, mentre il fascismo e la guerra dividevano l’Europa, i tre confinati elaborarono una visione federalista destinata a diventare uno dei riferimenti dell’idea di Europa unita.
Il valore dell’iniziativa non sta soltanto nella ricostruzione storica. Sta nel tentativo di sottrarre il Manifesto alla vetrina delle ricorrenze e di restituirgli il conflitto da cui è nato: il confronto con dittature, frontiere armate, propaganda e nazionalismi che avevano trasformato il continente in un campo di battaglia.
Il teatro, in questo senso, può fare ciò che spesso i manuali non riescono a fare. Può dare voce ai dubbi, rendere fisiche le scelte, mostrare che dietro una parola come “federalismo” non c’è un’astrazione istituzionale, ma una scommessa politica rischiosa. Non una formula già pronta, dunque, ma una responsabilità affidata a generazioni che avrebbero dovuto impedire il ritorno della guerra come strumento ordinario della politica.
Nel testo di Ventotene si legge: “La linea di divisione fra i partiti progressisti e i partiti reazionari” non passa più soltanto attraverso la forma dello Stato, ma riguarda il modo in cui si affrontano i problemi concreti della società. È una frase che conserva una forza scomoda: costringe a misurare le parole con le conseguenze, le promesse con le decisioni, l’identità nazionale con la capacità di cooperare.
Oggi l’Unione europea appare più solida di quanto fosse nel dopoguerra, ma anche più esposta a fratture profonde. Le guerre alle sue porte, il ritorno di pulsioni nazionaliste, la disinformazione e la crisi di fiducia nelle istituzioni hanno riaperto interrogativi che sembravano consegnati al passato. L’Europa dispone di strumenti comuni, ma spesso fatica a trasformarli in una direzione politica riconoscibile e condivisa.
È qui che il Manifesto può diventare scomodo. Non perché offra risposte automatiche alle crisi contemporanee, ma perché impone di chiedersi se l’Unione sia ancora capace di un progetto che non coincida soltanto con il mercato, la gestione delle emergenze o la difesa dei confini. Un’Europa comune non può essere soltanto una somma di interessi nazionali negoziati di volta in volta.
Il rischio, però, è anche l’opposto: usare Ventotene come una parola nobile per evitare il confronto con i fallimenti presenti. La memoria antifascista non è una medaglia da appuntare sul passato. È un criterio con cui giudicare il presente, compresa la qualità della democrazia, la trasparenza delle decisioni e la capacità di proteggere chi resta più esposto alle crisi economiche e sociali.
Dal confino fascista all’Europa di oggi: perché il Manifesto di Ventotene conta ancora
Il Manifesto nacque in condizioni estreme, durante il confino fascista sull’isola di Ventotene, con il continente travolto dalla guerra. Spinelli e Rossi ne furono gli autori principali, mentre Eugenio Colorni contribuì alla sua elaborazione e alla diffusione del testo. La loro intuizione era netta: la pace non sarebbe stata garantita soltanto da accordi tra Stati, se gli Stati avessero continuato a considerare la sovranità assoluta come l’orizzonte ultimo della politica.
Il passaggio al presente non è lineare e non va forzato. L’Unione di oggi non è il progetto immaginato nel 1941, e le sue istituzioni hanno limiti, contraddizioni e responsabilità che il teatro può aiutare a rendere visibili. Proprio per questo uno spettacolo come L’isola può funzionare come strumento civile: non una celebrazione rassicurante, ma uno spazio in cui il pubblico è chiamato a decidere se quella visione sia ancora una promessa politica o soltanto una citazione.
La domanda resta aperta, e forse è questa la vera attualità di Ventotene: l’Europa saprà trasformare la memoria della propria tragedia in un progetto comune, solidale e democratico, oppure continuerà a invocarla soltanto quando serve a darsi ragione?
