Roma, la lettera di Tinto Brass a Mattarella e quella normalità che lo Stato non riesce più a garantire
C’è qualcosa di profondamente ingiusto, quasi intollerabile, nella lettera che Tinto Brass ha indirizzato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non tanto perché a scriverla sia un grande nome del cinema italiano. Non tanto perché parli un uomo di 93 anni, fragile, costretto a denunciare una condizione che dovrebbe indignare chiunque. Ma perché quella lettera racconta una cosa molto più grave: in Italia, troppo spesso, per ottenere ciò che dovrebbe essere normale bisogna arrivare a chiedere aiuto al Quirinale.
Il caso di Isola Farnese, borgo di Roma, è l’immagine plastica di uno Stato che si inceppa proprio sulle cose essenziali. Una frana, una strada chiusa, una comunità isolata, bambini costretti a rinunciare alla scuola, anziani e persone fragili messi davanti a una scalinata impossibile. Si può capire l’emergenza. Si possono capire i primi giorni di caos, la prudenza, le verifiche tecniche, la necessità di mettere in sicurezza un costone. Si può capire una settimana. Si può capire anche un mese, se la situazione è complessa.
Ma quattro mesi sono tanti. Troppi.
Dopo quattro mesi uno Stato serio deve avere trovato almeno una soluzione temporanea, dignitosa, sicura e accessibile. Non una soluzione buona solo per chi ha gambe forti, salute perfetta e nessuna difficoltà. Una comunità non può essere considerata raggiungibile solo perché esiste una scala di 141 gradini. Quella non è una soluzione per tutti. È una selezione fisica tra chi può passare e chi resta prigioniero.
E il fatto che tutto questo accada a Roma, nella Capitale d’Italia, rende la vicenda ancora più inqualificabile. Non parliamo di un luogo dimenticato ai margini estremi del Paese, anche se nemmeno lì sarebbe accettabile. Parliamo di Roma. Della città che dovrebbe rappresentare lo Stato, la sua presenza, la sua capacità di organizzare, intervenire, proteggere.
La lettera di Tinto Brass colpisce perché è piena di dignità. Non è il grido di chi chiede un privilegio. È la denuncia di chi chiede normalità. E proprio qui sta il punto: non dovremmo arrivare a scrivere al Presidente della Repubblica per chiedere che una strada venga resa percorribile, che un borgo non resti isolato, che un anziano possa uscire di casa, che un bambino possa andare a scuola, che una persona fragile possa ricevere assistenza.
Come sempre, la grande sensibilità del Presidente Mattarella e la sua attenzione ai temi della dignità, dei diritti e della coesione sociale potranno fare la differenza. Ma il problema resta. Perché se serve Mattarella per sbloccare una vicenda di ordinaria amministrazione, allora significa che qualcosa, nel funzionamento quotidiano dello Stato, non va più.
E allora bisogna chiedersi: quanti Tinto Brass ci sono in Italia senza un nome famoso? Quanti cittadini scrivono, segnalano, protestano, chiedono aiuto, ma non vengono ascoltati? Quanti anziani, disabili, famiglie, piccoli imprenditori, residenti di quartieri dimenticati vivono ogni giorno situazioni simili senza che la loro voce riesca ad arrivare a chi conta?
Il problema, infatti, non è soltanto risolvere il caso segnalato da Tinto Brass. Il problema vero è avere uno Stato capace di risolvere le questioni di normalità. Perché la normalità, in Italia, è diventata spesso un lusso. Una strada praticabile, una scuola raggiungibile, un marciapiede sicuro, un pronto intervento efficiente, un ufficio pubblico che risponde, una manutenzione fatta prima che il danno diventi emergenza: tutto questo dovrebbe essere il minimo. Invece diventa battaglia, attesa, supplica.
Ed è qui che anche una parte della politica, soprattutto quella che amministra molte grandi città, dovrebbe interrogarsi con maggiore onestà. Il centrosinistra, spesso, ha una sensibilità più marcata e più visibile su temi importanti come l’integrazione, i diritti civili, l’inclusione, le battaglie delle minoranze, il mondo Lgbt. Ed è giusto che sia così. Una società democratica deve saper includere, deve aiutare chi vuole regolarizzarsi, lavorare, contribuire, fare la propria parte. L’integrazione, quando è seria, ordinata e basata su diritti e doveri, non è un favore: è un investimento per lo Stato e per la comunità.
Ma il cortocircuito nasce quando, accanto a questa attenzione, i cittadini percepiscono una distanza enorme sui problemi più concreti della vita quotidiana. La strada dissestata, il quartiere abbandonato, il borgo isolato, la buca mai riparata, la scuola irraggiungibile, il marciapiede impraticabile, la manutenzione che non arriva mai. È lì che si crea la frattura. Perché una persona può anche condividere i valori dell’inclusione, ma poi si arrabbia se vede soldi, eventi, progetti e comunicazione pubblica su certi temi, mentre davanti casa sua resta un problema elementare che nessuno risolve.
Non si tratta di mettere i diritti degli uni contro quelli degli altri. Sarebbe un errore grave. I diritti non sono una coperta corta. Ma la politica deve capire che la normalità quotidiana è essa stessa un diritto civile. Poter uscire di casa, poter andare a scuola, poter camminare in sicurezza, poter raggiungere un medico, poter vivere senza sentirsi abbandonati: anche questo è giustizia sociale.
Il centrodestra, su questo terreno, spesso riesce a intercettare meglio una richiesta semplice ma potentissima: ordine, manutenzione, sicurezza, decoro, continuità con la vita ordinaria delle persone. A volte lo fa più nella comunicazione che nei fatti, certo. Ma politicamente riesce a parlare a quel bisogno di normalità che molti cittadini avvertono ogni giorno. Ed è un errore enorme lasciare questo tema a una sola parte politica.
La sinistra, se vuole davvero essere popolare e vicina ai più fragili, dovrebbe essere la prima a occuparsi di queste cose. Dovrebbe essere la prima a correre dove un borgo resta isolato. La prima a pretendere una strada alternativa. La prima a spiegare che un anziano costretto davanti a 141 gradini non è solo un problema tecnico, ma una ferita sociale. La prima a dire che l’inclusione non riguarda solo chi arriva da lontano, ma anche chi vive da anni in un territorio e si sente dimenticato.
Perché alla fine è questa la domanda che i cittadini fanno alla politica: prima ancora dei grandi discorsi, siete capaci di far funzionare la vita normale?
Certo, bisogna anche essere onesti: molti cittadini non fanno la propria parte. A scuola, quando si studiava educazione civica, ci insegnavano che esistono diritti e doveri. E se sui diritti siamo tutti bravissimi a pretendere, sui doveri spesso siamo molto meno rigorosi. Rispetto delle regole, cura degli spazi comuni, senso civico, responsabilità: anche qui l’Italia ha un problema enorme.
Ma questo non può diventare un alibi per lo Stato. Perché uno Stato che chiede responsabilità ai cittadini deve essere il primo a dimostrarla. Deve garantire almeno i diritti minimi. Deve esserci quando una comunità resta isolata. Deve trovare soluzioni, non limitarsi a mettere transenne e aspettare che il tempo passi.
E se lo Stato, per burocrazia, mancanza di fondi, lentezza amministrativa o incapacità organizzativa, non riesce più a fare tutto da solo, allora abbia almeno il coraggio di prenderne atto. In molti Paesi democratici esistono forme controllate di collaborazione tra pubblico e privato per la cura del territorio. Aziende che contribuiscono alla manutenzione di strade, scuole, aree pubbliche, infrastrutture locali, ricevendo in cambio agevolazioni fiscali, visibilità regolata e un ritorno positivo in termini di reputazione.
Non si tratta di privatizzare i diritti. I diritti devono restare pubblici, garantiti e uguali per tutti. Si tratta, però, di costruire strumenti seri attraverso cui il privato possa aiutare a risolvere problemi concreti, sotto controllo pubblico, con regole trasparenti e senza trasformare il territorio in uno spot commerciale permanente.
Se un’azienda del territorio vuole contribuire ad asfaltare una strada, sistemare un accesso, finanziare un intervento urgente, sostenere una scuola o collaborare alla soluzione di un problema sentito dai cittadini, perché impedirlo? Perché non prevedere meccanismi chiari, verificabili, con benefici fiscali e controlli severi? Alla fine converrebbe a tutti: allo Stato, che avrebbe un aiuto concreto; ai cittadini, che vedrebbero risolti problemi reali; alle aziende, che guadagnerebbero credibilità non con la pubblicità vuota, ma con atti utili alla comunità.
Naturalmente, la domanda politica è sempre la stessa: si vuole davvero farlo? Si vuole davvero aprire a modelli nuovi, efficienti, trasparenti? O si preferisce lasciare tutto così com’è, tra competenze rimpallate, carte ferme, ordinanze provvisorie e cittadini abbandonati?
La lettera di Tinto Brass dovrebbe scuotere tutti. Non perché arriva da Tinto Brass, ma perché racconta una condizione che potrebbe riguardare chiunque. Oggi Isola Farnese, domani un altro borgo, un altro quartiere, un’altra strada, un’altra famiglia. E ogni volta la stessa domanda: possibile che in Italia serva sempre un appello disperato per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito senza rumore?
Uno Stato non si misura solo dalle grandi opere, dai vertici internazionali o dalle cerimonie solenni. Si misura anche da una strada riaperta, da un anziano che può uscire di casa, da un bambino che può andare a scuola, da una comunità che non viene lasciata sola.
Per questo la lettera di Tinto Brass non va letta come una semplice protesta locale. Va letta come un atto d’accusa contro l’abbandono. E anche come un invito a ritrovare il senso più semplice della politica: risolvere i problemi reali delle persone.
Perché la normalità non può essere un favore. E i cittadini non dovrebbero mai essere costretti a implorarla.
La lettera integrale di Tinto Brass al Presidente Sergio Mattarella
Ill.mo e Chiar.mo Sig. Presidente,
sono Tinto Brass, le scrivo dal borgo di Isola Farnese, in cui risiedo da oltre mezzo secolo, affidando queste mie parole — poiché le mie condizioni di salute non mi consentono altro — a mia moglie Caterina.
Mi rivolgo a Lei, nella Sua più alta carica istituzionale dello Stato e quale Garante della Costituzione, per sottoporre alla Sua cortese ed illuminata attenzione una vicenda al tempo stesso collettiva e personale: la testimonianza di un’emergenza che oggi grava su un’intera comunità.
Questo borgo di Isola Farnese non è per me semplice dimora, ma è il luogo in cui ho amato, lavorato e dato forma alla mia opera, scrivendo e montando ogni mio film. Pur avendo conosciuto molti luoghi e molte stagioni, è qui che ho scelto di radicarmi: e ne sento perciò il destino indissolubilmente legato al mio.
Nel gennaio scorso, due eventi franosi hanno dissestato il costone su cui sorge il Castello Farnese, precludendo per quattro mesi ogni via d’accesso al borgo, tanto carrabile quanto pedonale.
Ne è derivata una crisi profonda — sociale, economica, sanitaria — che ha sottratto persino ai bambini la scuola. In quel tempo, ogni necessità del vivere quotidiano doveva piegarsi a un’unica, angusta via: una scalinata di 141 gradini, percorribile soltanto attraverso la proprietà privata del Castello.
Un percorso impervio, precluso agli anziani, alle persone con disabilità, alle donne in attesa e a chiunque versi in condizioni di fragilità — quelle nelle quali, ahimè, mi trovo anch’io.
A distanza di mesi, la situazione resta irrisolta. L’arteria principale, riaperta in via provvisoria, viene nuovamente e sistematicamente chiusa in modo automatico a ogni allerta meteo di livello giallo o all’attivarsi dei sensori d’allarme: è sufficiente un temporale di passaggio perché l’intero borgo ritorni così ad essere isolato.
E la scalinata di 141 gradini resti l’unica via percorribile. Percorso, questo, che le temperature estive, elevate e assolate, rendono ancora più difficile, impervio ed impossibile.
Dietro la reiterazione di tali divieti non scorgo, Ill.mo Sig. Presidente, una reale e lungimirante cura della pubblica incolumità, ma il riflesso di una più profonda e dilagante inerzia: privati e amministrazioni pubbliche si rimpallano le responsabilità, aspettando che venga messo in sicurezza, ma non si sa da chi, il costone del Castello Farnese.
E nel protrarsi di questa vacua attesa, l’amministrazione, pur di porsi al riparo da ogni addebito, opta per la soluzione più comoda: serrare l’accesso e con esso sospendere la libertà di un’intera comunità.
Vi è di più. Mentre si invoca il principio dell’incolumità pubblica per chiudere la via principale, la stessa amministrazione considera formalmente percorribile una via secondaria: una strada che, invece, risulta priva di qualsiasi collaudo o relazione tecnica che ne attesti la viabilità, già teatro di gravissimi incidenti e di ribaltamenti di veicoli, e che i residenti, per ovvie ragioni di sicurezza, si guardano bene dal percorrere.
Prima degli eventi franosi, le mie condizioni erano pienamente soddisfacenti, frutto di un attento e ininterrotto percorso di cure, affidato a una équipe di specialisti che ne assicurava il costante monitoraggio, venendo presso il mio domicilio.
La chiusura e la messa in isolamento del borgo hanno interrotto bruscamente la possibilità di proseguire tale regime assistenziale e terapeutico, venendo così a mancare la sorveglianza clinica necessaria a prevenire le complicanze delle gravi patologie cui sono esposto: complicanze che, a pochi giorni dalla riapertura della strada, si sono puntualmente materializzate, in specie, in una gravissima setticemia che ha messo a repentaglio la mia vita, rendendo necessari due ricoveri ospedalieri consecutivi.
Da allora, le ricorrenti interdizioni della strada si sono tradotte in una catena ininterrotta di ostacoli al mio diritto alla salute, alle cure e terapie prescritte, e alla più semplice e umana delle necessità di sentire accanto l’affetto dei miei cari nell’ora della fragilità.
Mia moglie Caterina, che mi è stata accanto con dedizione incrollabile in questi momenti difficili, è stata così costretta alla scelta umiliante di scavalcare le transenne, per raggiungermi in ospedale entro gli orari di visita e per poi rientrare a casa.
Più volte, nel cammino faticoso della convalescenza, ci siamo trovati costretti a rinviare le prestazioni di assistenza domiciliare, spezzando quella continuità di cure e terapie che la mia condizione assolutamente richiede ed impone.
Mi creda, Ill.mo Sig. Presidente: giunto alla soglia dei novantatré anni, ho da tempo fatto i conti con la morte, e la guardo come un fatto naturale, senza timore alcuno.
Sono stato un uomo felice, e tale ancora mi sento: ho potuto realizzare appieno me stesso, e nulla di ciò che mi attende potrà mai privarmi di quanto la vita, nella sua generosità, mi ha dato.
Se mi rivolgo a Lei, dunque, non è per la mia sorte, che accetto serenamente. Alla libertà ho dedicato ogni mia opera e ogni mio giorno, e non saprei restarle fedele se tacessi ora, vedendola negata alla mia gente.
È a loro che penso: agli anziani, che non concepiscono altra dimora che questa; ai bambini, ai quali è stata tolta la scuola; alle famiglie, che ogni giorno lottano per una vita normale; alla popolazione che neppure può recarsi in Chiesa.
A loro mi legano vincoli profondi e generazionali, un affetto radicato nel tempo, che si tramanda come la più preziosa delle eredità.
La tensione sociale ha ormai raggiunto il limite: nei giorni scorsi si è giunti ad accese contestazioni tra la Polizia Locale e i residenti esasperati.
Il Comitato dei Residenti del Borgo di Isola Farnese ha più volte invocato la messa in sicurezza della strada, senza che ad oggi sia seguito alcun provvedimento di alcun genere.
Ill.mo Sig. Presidente, mi rendo conto che dietro questa vicenda non vi è soltanto una strada interdetta, ma qualcosa che tocca le fondamenta stesse del nostro vivere insieme: il diritto a curarsi, a muoversi liberamente, a non essere separati dai propri affetti, a coltivare il lavoro, lo studio e anche la fede religiosa.
Sono i diritti che la Costituzione affida alla Repubblica perché li protegga, e che proprio per questo non possono cedere il passo alla comodità di un divieto o alla comoda inerzia di chi dovrebbe agire e non agisce. Anzi, tanto più si è fragili, tanto più essi dovrebbero essere difesi.
Mi rivolgo dunque alla Sua alta autorità morale e istituzionale, nella fiducia che Lei, dall’alto del Suo magistero, vorrà richiamare le competenti autorità locali — e segnatamente il Comune di Roma — all’adempimento dei propri obblighi e all’immediata adozione di provvedimenti concreti e improcrastinabili, a tutela di questa comunità.
Mi sia permesso aggiungere che la vera sicurezza non nasce dalla chiusura, dalle transenne e dal rinvio, ma dalla lungimiranza, dall’opera e dalla responsabilità di chi è chiamato a governare il bene comune; perché proteggere un cittadino non significa rinchiuderlo, bensì restituirgli la strada e con essa la libertà e la dignità.
Nel ringraziarLa per l’attenzione che vorrà riservare a queste righe, Le porgo, Ill.mo Sig. Presidente, i miei rispettosi saluti.

