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Curva e responsabilità: Roma e Lazio chiamate a fare i conti dopo le trasferte “infette”

La Digos indaga su saluti romani e simboli nazisti esibiti in trasferte a Udine e Istanbul: non è più sufficiente condannare, servono responsabilità operative da parte di club e istituzioni sportive.

Curva e responsabilità: Roma e Lazio chiamate a fare i conti dopo le trasferte “infette”

I saluti romani e i simboli nazisti esibiti durante trasferte di tifosi hanno riacceso un problema che Roma e Lazio non possono più ignorare.

La Digos ha aperto accertamenti su episodi verificatisi in occasione delle trasferte a Udine e a Istanbul: immagini e comportamenti che non restano semplicemente materia di indignazione pubblica, ma entrano nella sfera della prevenzione dell’ordine pubblico e della responsabilità sportiva. Quando estremismi e iconografie dell’odio circolano dalle curve agli spalti internazionali, il nodo non è solo penale, è organizzativo e gestionale.

Il primo piano d’intervento è chiaro e pratico: i club che vendono i biglietti e autorizzano i viaggi devono dotarsi di strumenti operativi efficaci, non di sole prese di posizione. Si parla di controllo anagrafico più stringente ai prefissi di vendita per le trasferte, di liste antagoniste gestite con Questura e Prefettura, di una più attenta applicazione delle misure di prevenzione come il DASPO e della sospensione o revoca delle tessere associative quando emergono responsabilità. Gli steward non sono solo presenza simbolica: servono formazione specifica, protocolli condivisi con le forze dell’ordine e regole chiare su cosa segnalare e quando intervenire.

Al tempo stesso le istituzioni calcistiche e amministrative hanno doveri precisi. Gli organismi sportivi devono innalzare il costo delle condotte illegali o contrarie al regolamento etico, velocizzare i procedimenti disciplinari e rendere trasparenti le sanzioni. Campidoglio, Questura e Prefettura devono invece coordinarsi per un piano di ordine pubblico che inverta la logica reattiva: prevenzione prima della partenza, controlli nei punti di imbarco e coordinamento sul territorio per limitare assembramenti e circolazione di materiali proibiti.

Infine, la comunità sportiva romana — dai direttori generali alle curve ritenute più rappresentative — non può limitarsi a dichiarazioni ufficiali. È necessario avviare percorsi di dialogo con i gruppi che vogliono restare nella legalità, accompagnati da misure certe contro chi strumentalizza le trasferte per diffondere simboli di odio. L’educazione civile negli stadi non si costruisce con le sanzioni sole, ma senza sanzioni efficaci la prevenzione resta teoria.

Le immagini di Udine e Istanbul sono un campanello d’allarme: la risposta efficace deve essere collettiva, immediata e misurabile. Altrimenti il prezzo lo paga la città intera, non solo chi siede nelle curve.

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