Il conto della sanità nel Lazio non si misura soltanto nei bilanci. Da una parte ci sono 657 milioni di perdite accumulate in un anno da otto aziende ospedaliere e istituti di ricerca; dall’altra cittadini che, secondo la Cgil, rinunciano agli esami o cercano una risposta nel privato. Il punto è tutto qui: il sistema può risultare risanato sulla carta e restare inaccessibile nella vita quotidiana.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, le otto strutture hanno chiuso il 2025 in perdita, mentre la Gestione sanitaria accentrata ha registrato un utile di 664,6 milioni. Le perdite sono state ripianate dalla Regione, in un quadro ancora segnato dal piano di rientro e da una pressione fiscale tra le più alte d’Italia. Numeri che descrivono una macchina capace di assorbire il disavanzo, ma non spiegano da soli se le cure arrivino in tempo a chi ne ha bisogno.
La contraddizione emerge con forza sulle liste d’attesa. La Cgil sostiene di aver raccolto in tutta la regione numerose richieste di aiuto e indica nel 60 per cento la quota di persone che rinuncia a effettuare esami. È una denuncia sindacale, non un dato istituzionale già verificato in ogni sua componente: proprio per questo dovrà essere misurata e confrontata con le rilevazioni ufficiali. Ma se anche solo una parte di quella fotografia fosse confermata, il problema non sarebbe più soltanto organizzativo.
Sarebbe un problema di accesso. Chi può permetterselo si rivolge ai centri privati, chi non può rischia di rimandare una prestazione, di arrivare al pronto soccorso quando la situazione è peggiorata o di rinunciare del tutto. La lista d’attesa, in questo scenario, non è una semplice fila: diventa un filtro economico che separa chi può comprare velocità da chi deve aspettare.
Il segretario della Fimmg Lazio Pierluigi Bartoletti individua una delle falle nella debole connessione tra medici di base e specialisti. La sua formula è netta: “Serve fare l’esame giusto, alla persona giusta e nel momento giusto”. Il tema non è cancellare le prescrizioni, ma ridurre gli esami inutili e gli accessi impropri, costruendo un percorso più coordinato tra il primo livello di assistenza e la rete specialistica.
Qui però la responsabilità non può essere scaricata soltanto sui cittadini o sui medici di famiglia. Se mancano informazioni condivise, canali rapidi di consulto e disponibilità specialistica, anche la prescrizione più appropriata rischia di trasformarsi in un’attesa senza fine. E quando il percorso pubblico non offre una risposta leggibile, il paziente tenta strade diverse: il privato, il pronto soccorso, nuove richieste, esami ripetuti.
Il bilancio resta un indicatore essenziale, ma non può diventare l’unico metro del risanamento. Un’azienda può chiudere i conti con un ripiano regionale e, nello stesso momento, lasciare aperta una frattura nei servizi. Il dato economico dice quanto è costato il sistema; non dice automaticamente quanto sia stato accessibile, tempestivo o equo.
Lazio, i numeri della crisi tra bilanci e liste d’attesa
Il primo numero è quello dei 657 milioni di perdite riferiti alle otto aziende ospedaliere e agli istituti di ricerca nel 2025. Il secondo è l’utile di 664,6 milioni registrato dalla Gestione sanitaria accentrata. La quasi compensazione contabile non elimina il nodo politico: capire quali strutture abbiano prodotto le perdite, per quali voci di spesa e con quali responsabilità gestionali. Su questi passaggi, gli elementi disponibili negli spunti non consentono ancora una valutazione completa.
Il terzo dato è la denuncia della Cgil sul 60 per cento di cittadini che rinuncerebbe agli esami, mentre il 17 ottobre è prevista una protesta in piazza sul tema delle liste d’attesa. Anche questa percentuale deve essere letta come una stima sindacale da verificare, ma segnala una domanda concreta: quali strumenti pubblici esistono per intercettare chi rinuncia alle cure e per distinguere una difficoltà temporanea da una vera esclusione sanitaria?
La Regione dovrà quindi tenere insieme due rendiconti: quello finanziario, fatto di perdite, utili e ripiani, e quello sociale, fatto di tempi, rinunce e ricorso al privato. Se il primo migliora mentre il secondo peggiora, si può davvero parlare di risanamento? Oppure il costo viene semplicemente spostato dai bilanci pubblici alle famiglie?
