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Stadio della Roma, l’Appello cambia tutto: assoluzioni e pene ridotte

Stadio della Roma, l’Appello cambia tutto: assoluzioni e pene ridotte

La sentenza d’Appello cambia il peso giudiziario del caso Stadio della Roma, ma non cancella le domande che quella vicenda aveva sollevato su politica, affari e grandi opere nella capitale. De Vito, Mezzacapo e Lanzalone sono stati assolti; per Parnasi e Palozzi le pene sono state ridotte.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il verdetto ridimensiona in modo netto l’impianto accusatorio costruito intorno al progetto di Tor di Valle e all’ipotesi di una più ampia “Tangentopoli romana”. È però importante non trasformare un ribaltamento giudiziario in una sentenza politica: le assoluzioni riguardano responsabilità penali da accertare in quel procedimento, non ogni valutazione sull’opportunità delle relazioni tra amministratori, imprenditori e intermediari.

Il dato più evidente è il confronto tra i diversi gradi di giudizio. Il processo d’Appello ha assolto l’ex presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito, l’ex presidente di Acea Luca Lanzalone e l’avvocato Luca Mezzacapo. Per l’imprenditore Luca Parnasi, che aveva scelto il rito abbreviato, la pena è scesa a tre mesi. Adriano Palozzi passa invece da una condanna a un anno e dieci mesi a una pena di otto mesi.

«La sentenza non cancella il processo: ne ridisegna il significato». È questo il punto che il dibattito pubblico rischia di perdere. Una ricostruzione investigativa può avere un forte impatto politico e mediatico, ma soltanto una decisione definitiva – quando lo sarà – stabilisce quali condotte siano penalmente provate e quali no.

Il caso resta così sospeso tra due piani. Da una parte c’è la responsabilità giudiziaria, che l’Appello ha valutato diversamente rispetto al primo grado per alcuni imputati. Dall’altra c’è la responsabilità politica, che non coincide automaticamente con una condanna o con un’assoluzione: riguarda il modo in cui vengono gestiti i rapporti tra istituzioni, operatori economici e progetti strategici per la città.

Lo Stadio della Roma, intanto, è diventato il simbolo di una promessa amministrativa rimasta a lungo intrappolata tra annunci, passaggi burocratici e controversie giudiziarie. Il progetto di Tor di Valle non è stato soltanto una grande opera mai realizzata: è stato anche un banco di prova per la credibilità delle istituzioni romane e per la capacità della politica di separare l’interesse pubblico dalle pressioni private.

Cosa ha deciso davvero la sentenza d’Appello

Il verdetto modifica il quadro rispetto al primo grado: De Vito, Mezzacapo e Lanzalone vengono assolti, mentre le pene inflitte a Parnasi e Palozzi vengono ridotte. Per Parnasi la pena indicata è di tre mesi; per Palozzi scende a otto mesi dai precedenti un anno e dieci mesi.

Questi esiti non autorizzano, da soli, né a parlare di “inchiesta cancellata” né a confermare integralmente la narrazione iniziale. Il significato della sentenza va letto nelle motivazioni, che dovranno chiarire quali elementi siano stati ritenuti insufficienti e come siano state valutate le diverse posizioni. Fino a quel momento, ogni interpretazione ulteriore resta da calibrare con prudenza.

Il nodo per Roma è anche più ampio del singolo processo. Se un grande progetto finisce per essere raccontato prima come occasione di sviluppo e poi come emblema di un sistema di potere, il rischio è che la città resti con una doppia eredità: opere non realizzate e fiducia istituzionale indebolita. La domanda, allora, non è soltanto chi abbia avuto ragione in Appello, ma se la politica romana abbia imparato a rendere trasparenti i rapporti che accompagnano le sue decisioni più importanti.

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