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De Vito assolto sullo stadio della Roma: sette anni sotto accusa

De Vito assolto sullo stadio della Roma: sette anni sotto accusa

Sette anni possono bastare a cambiare un’amministrazione, una carriera e il modo in cui l’opinione pubblica guarda a una persona. L’assoluzione in Appello di Marcello De Vito nell’inchiesta sul nuovo Stadio della Roma riporta al centro una domanda scomoda: quanto pesa un’accusa quando la risposta definitiva della giustizia arriva molto tempo dopo?

Secondo quanto riportato da Fanpage Roma, l’ex presidente dell’Assemblea capitolina è stato assolto nel processo d’Appello dopo una condanna in primo grado a otto anni e otto mesi. Il procedimento nasce dall’inchiesta esplosa nel 2018 sul progetto dello stadio a Tor di Valle, accompagnata da arresti e da accuse di corruzione.

La frase attribuita a De Vito restituisce il lato umano di una vicenda diventata, fin dall’inizio, anche un caso politico: «Sette anni che mi hanno distrutto la vita». È una dichiarazione che non sostituisce le motivazioni della sentenza, ancora decisive per comprendere il percorso processuale, ma mette a fuoco una conseguenza spesso lasciata sullo sfondo: il tempo della giustizia non è neutro per chi ricopre un incarico pubblico.

Un’assoluzione non dovrebbe essere trasformata in una scorciatoia narrativa, né da una parte né dall’altra. Non significa automaticamente che ogni scelta politica legata al progetto dello stadio fosse corretta, così come una condanna di primo grado non poteva chiudere in anticipo il giudizio penale. Significa che l’esito processuale maturato in Appello impone di distinguere con precisione tra responsabilità penale, opportunità politica e reputazione personale.

È proprio questa distinzione a essere spesso più difficile nella cronaca giudiziaria. L’arresto, l’accusa e la condanna iniziale producono effetti immediati: titoli, reazioni, dimissioni, rotture nei partiti. L’assoluzione, invece, arriva dopo anni, quando il rumore pubblico si è già spostato altrove. Nel frattempo, la memoria collettiva tende a conservare l’accusa più dell’esito finale.

Il caso De Vito riapre così il tema dei tempi dei processi, senza cancellare la necessità di accertare i fatti con rigore. Una giustizia lenta rischia di diventare una giustizia che incide sulla vita pubblica prima ancora di aver raggiunto una conclusione definitiva. E per le istituzioni il problema è ancora più delicato: come tutelare il principio di presunzione di innocenza senza ignorare la responsabilità politica che può accompagnare una vicenda giudiziaria?

Sette anni di inchiesta: le tappe del caso De Vito

Il primo passaggio indicato dagli elementi disponibili risale al 2018, quando l’inchiesta sul progetto del nuovo Stadio della Roma a Tor di Valle esplose con arresti e accuse di corruzione. In quella fase, il procedimento entrò rapidamente nel dibattito politico romano e nazionale, ben oltre il perimetro delle aule giudiziarie.

Negli anni successivi si è sviluppato il percorso processuale che ha portato alla condanna di De Vito in primo grado, quantificata in otto anni e otto mesi, e quindi al giudizio d’Appello concluso con l’assoluzione. Le motivazioni della decisione, per quanto non riportate negli elementi disponibili, saranno il passaggio necessario per capire su quali valutazioni si fondi l’esito e quali aspetti dell’accusa siano stati ritenuti non sostenibili. È da confermare ogni ulteriore dettaglio sulla formula dell’assoluzione e sulle posizioni degli altri imputati.

Resta una questione che riguarda non solo De Vito, ma il rapporto tra tribunali, politica e informazione: se una persona viene giudicata per sette anni prima ancora che il procedimento sia arrivato al suo punto finale, chi risponde del danno reputazionale quando l’esito cambia? E quanto è davvero garantista un sistema che sa assolvere, ma spesso lo fa quando il costo pubblico e personale dell’accusa è già stato pagato?

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