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Femminicidi e Sanità Mentale: Una Scusa che Non Deve Funzionare

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Femminicidi Villa Pamphili, per Kaufman “incapacità temporanea di stare in giudizio”

«Incapacità temporanea di stare in giudizio» è l’ancora di salvezza lanciata dall’avvocato Kaufman, e mentre la frase risuona nel marasma mediatico, la società è sconvolta. Due donne uccise a Villa Pamphili, splendida cornice di Roma, dove bellezza e violenza si intrecciano in un dramma inaccettabile.

Questa formulazione, per quanto legale, è un colpo allo stomaco. Dobbiamo davvero accettare che la salute mentale di un individuo diventi un pretesto per giustificare atti di violenza? La legge, per quanto sacra, non può diventare una camicia di forza per le nostre coscienze. Di fronte a un femminicidio, il dibattito su responsabilità legale e stati di incapacità deve essere affrontato con serietà e determinazione.

Ogni volta che eventi così drammatici accadono, ci troviamo a discutere di chi è il colpevole e di quali fattori abbiano influito sul gesto estremo. È legittimo domandarsi: fino a che punto possiamo piegare le regole per cercare una spiegazione che, a molti, appare come una comoda scusa? La legge e la psichiatria devono lavorare insieme, sì, ma mai a scapito delle vittime.

Le statistiche sono impietose: i femminicidi in Italia non sono un’emergenza isolata ma un fenomeno in crescita che richiede un’azione collettiva. Citando le parole dell’avvocato Kaufman, la società deve chiedersi: «Qual è il confine tra malattia mentale e responsabilità individuale?» Non ci si può chiudere gli occhi e ignorare l’immediata realtà. Ogni giorno ci troveremo a combattere con questa domanda e la risposta non può essere vincolata da tecnicismi legali.

È inaccettabile che un atto di brutalità possa essere giustificato da uno stato mentale incerto. La legge deve punire i colpevoli e garantire giustizia alle vittime. Se dimentichiamo questo principio, che messaggio stiamo trasmettendo alla società?

La lotta contro la violenza di genere non può fermarsi nell’aula di un tribunale. Cosa deve ancora accadere perché le istituzioni, gli esperti e l’opinione pubblica si uniscano e affrontino il cuore di questo problema? In fin dei conti, a chi dobbiamo la nostra risposta?

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