Cronaca
Le cene di Delmastro: Antimafia o paradosso della sicurezza?
Le cene di Delmastro sono diventate il simbolo di un paradosso che tutti, in fondo, avvertiamo ma pochi vogliono affrontare: come può un politico, faro dell’antimafia, sfruttare la propria visibilità mentre si muove sotto scorta? Un interrogativo che solleva più di qualche dubbio sulla reale coerenza del suo impegno.
Da un lato, Delmastro viene acclamato come paladino della memoria per le vittime di mafia, un messaggero di speranza in un Paese afflitto da omertà e connivenze. Dall’altro, il semplice fatto di avere una scorta attira critiche e pone interrogativi: è una protezione necessaria oppure il sintomo di una vulnerabilità che contraddice il messaggio di cambiamento che pretende di veicolare?
In una delle sue recenti cene, Delmastro ha affermato: “Dobbiamo scardinare il silenzio che avvolge le vittime e le loro storie, perché il vero rischio è che ci si abitui alla violenza”. Ma come si fa a combattere la violenza avvolti da una bolla di sicurezza che evidenzia quanto sia lontana la vera libertà per chi si oppone alla mafia?
Ogni invito a cena diventa quindi un banco di prova, non solo per l’immagine di Delmastro ma anche per il nostro Paese, che deve scegliere se riconoscere il coraggio nel confrontarsi con la criminalità organizzata, oppure se continuare a rifugiarsi dietro un velo di indifferenza. Gli applausi e le critiche si intrecciano, e il dibattito si accende: la lotta alla mafia può davvero essere un affare da ristorante, mentre fuori c’è una scorta che protegge chi sfida l’oscurità?
C’è chi lo sostiene e chi lo attacca: il rischio è che in questo gioco di equilibrio, la voce di chi ha bisogno di protezione venga silenziata, mentre il personaggio pubblico diventa protagonista di una narrazione rischiosa. Qualcuno si chiede se non sia giunto il momento di rivedere il nostro approccio alla sicurezza di chi combatte per un cambiamento reale.
La questione, insomma, è aperta: può un politico che vive sotto scorta rappresentare un simbolo di resistenza? O ci troviamo di fronte a una contraddizione che spinge a chiedersi se l’antimafia non sia solo un’etichetta conveniente per chi, a volte, capitalizza su una lotta che richiede ben più di una cena? E voi, cosa ne pensate?
