Un ricercatore della Sapienza aggredito sotto casa con insulti a sfondo antisemita: la vicenda riapre il tema della sicurezza notturna per chi studia e lavora in città. Il gesto, grave per la violenza fisica e verbale, mostra come la protezione personale nella capitale non possa essere delegata al caso.
Prima cosa da mettere in campo: luce. Non è retorica. Marciapiedi mal illuminati, portoni bui, attraversamenti poco visibili aumentano il rischio soprattutto la sera. Il Campidoglio insieme ai Municipi ha già mappe del territorio; basta sovrapporle ai dati sugli episodi segnalati e intervenire dove i lampioni sono spenti o inadeguati, accelerando riparazioni e installando punti luce a LED con posa mirata. Un investimento modesto rispetto al prezzo umano che si paga quando qualcuno torna a casa e non si sente sicuro.
Le telecamere possono svolgere un ruolo utile se inserite in un quadro di regole chiare e di controllo pubblico. Telecamere moderne, ben segnalate, collegate alle centrali operative e con tempi di conservazione dei dati regolamentati possono fungere da deterrente e da strumento investigativo. Non servono occhi elettronici ovunque, ma nelle direttrici d’ingresso e nelle zone dove si concentrano residenze di ricercatori e studenti vanno valutate installazioni concordate fra università, Municipi e le forze dell’ordine.
La questione della presenza umana resta centrale. Pattugliamenti mirati, concordati sulla base dei flussi serali e notturni dell’università, e un potenziamento dei servizi di vigilanza notturna possono restituire fiducia. La Sapienza può organizzare, in accordo con la Prefettura e la Questura, percorsi di accompagnamento serale, servizi navetta per le fermate più isolate e un collegamento diretto e rapido tra la centrale universitaria e le sale operative delle forze dell’ordine per segnalazioni immediate.
Mobilità e viabilità sono parte della soluzione: fermate autobus e tram ben illuminate, orari dei bus notturni tarati sulle esigenze degli studenti e postazioni taxi o ride-hailing regolate e presidiate. Segnaletica chiara per i “percorsi sicuri” che colleghino campus, residenze e nodi di trasporto pubblico dà un riferimento concreto a chi cammina di sera; sapere che esiste un percorso ufficiale e monitorato cambia la percezione del rischio.
Infine, strumenti non tecnologici ma essenziali: facilitare la denuncia, offrire supporto psicologico e formazione sulla prevenzione delle aggressioni per la comunità accademica. Non basta indignarsi sui social: chiedere e ottenere interventi misurabili è la strada. Se la città vuole davvero difendere chi studia e ricerca, servono scelte rapide, coordinate e visibili: illuminazione che funzioni, videocamere legittime, pattugliamenti mirati e percorsi sicuri possono ridare serate normali a chi lavora fino a tardi e torna a casa a piedi.