Da soli non ce la facciamo più: la tragedia di Pietralata, dove due genitori si sono tolti la vita insieme alla figlia disabile lasciando messaggi sul peso dell’assistenza, è un grido d’allarme che attraversa i quartieri di Roma.
Non è un caso isolato ma l’emergere drammatico di una realtà quotidiana. Dietro molte porte chiuse ci sono persone che garantiscono cure 24 ore su 24, rinunciano al lavoro o vivono con redditi minimi, affrontano procedure amministrative farraginose e l’incertezza di servizi territoriali intermittenti. Il risultato è una miscela esplosiva di isolamento, usura psicologica e difficoltà economiche che, se non affrontata, può portare a esiti irreparabili.
La macchina dei servizi sociali e sanitari della città fatica a reggere: liste d’attesa per centri diurni e riabilitazione, assistenza domiciliare integrata spesso limitata nelle ore e nei carichi assistenziali, percorsi di accesso agli assegni e alle agevolazioni complessi e rallentati. Nei municipi si registra la buona volontà di operatori e assistenti sociali, ma senza risorse e coordinamento è come tamponare con fazzoletti una falla che necessita di riparazioni strutturali.
Serve una risposta politica chiara e immediata: potenziare i servizi domiciliari e i posti nei centri diurni, snellire le procedure per l’accesso ai benefici economici, istituire sportelli di sostegno e case management nei municipi per monitorare i nuclei più fragili. Occorre inoltre investire in servizi di sollievo (respite care) e in percorsi di accompagnamento psicologico per i caregiver, riconoscendo il loro ruolo con misure economiche adeguate e formazione mirata. Campidoglio e ASL devono cooperare con quadratura di budget e priorità, mentre la rete territoriale va sostenuta con piani condivisi e monitoraggio pubblico.
Mettere al centro chi assiste non è soltanto compassione: è prevenzione. Intervenire ora significa evitare nuovi drammi, alleggerire la pressione sugli ospedali e restituire dignità a famiglie che quotidianamente reggono pezzi essenziali della vita sociale. Roma non può più limitarsi a registrare tragedie; deve trasformare il dolore in politiche tangibili e tempestive. Le responsabilità sono delle istituzioni, ma è di tutta la città l’urgenza di riconoscere, sostenere e rendere visibili chi, dietro le mura domestiche, non ce la fa più da solo.
