A Roma il conflitto generazionale non passa soltanto dalle piazze, ma anche dal modo in cui i giovani giudicano la memoria politica del Paese. La frase del pronipote di Francesco Saverio Nitti — «Sono antifascista come lui, ma lo critico» — apre una domanda scomoda: quando la protesta perde fiducia nelle istituzioni, quanto resta della politica e quanto spazio conquista lo scontro?
Antonio Leone Nitti era in piazza sabato e, secondo quanto riportato da Roma Repubblica, ha annunciato che tornerà a sfilare venerdì. La sua posizione non è una semplice rivendicazione familiare: riconosce un’eredità antifascista, ma la sottopone a un giudizio severo. «Poteva prendere una posizione ancora più netta sul fascismo e da subito. Ma pensiamo a oggi», ha detto, sostenendo anche che «l’epoca dei cortei pacifici è finita».
È proprio quel passaggio a meritare attenzione. Non perché ogni corteo giovanile debba essere letto come una minaccia, né perché la radicalità equivalga automaticamente alla violenza. Il punto è capire che cosa alimenti la sensazione, sempre più esplicita in una parte dei manifestanti, che sfilare, parlare e chiedere non basti più a ottenere ascolto.
Gli episodi di tensione e gli incidenti che accompagnano alcune mobilitazioni vengono spesso raccontati soltanto attraverso la lente dell’ordine pubblico. Polizia e carabinieri hanno il compito di garantire sicurezza e di accertare eventuali responsabilità, ma la gestione della piazza non può cancellare le ragioni del dissenso. Allo stesso tempo, la frustrazione sociale non può diventare una giustificazione preventiva per aggressioni, danneggiamenti o intimidazioni: su questo il confine deve restare netto.
La difficoltà, per Roma, sta nel tenere insieme due verità. Da una parte esiste una generazione che percepisce le istituzioni come lontane, lente o incapaci di incidere sui problemi che vive. Dall’altra, quando il linguaggio della protesta si irrigidisce, il rischio è che il messaggio politico venga soffocato dalle immagini dello scontro e che la discussione finisca per concentrarsi solo sulla sicurezza.
Perché i cortei giovanili diventano più radicali
La radicalizzazione non nasce necessariamente da un rifiuto della democrazia. Può nascere, più banalmente e più profondamente, dalla convinzione che gli strumenti ordinari della partecipazione non producano conseguenze visibili. Se una manifestazione pacifica non modifica decisioni, agende o comportamenti pubblici, una parte dei giovani può arrivare a considerare la pressione permanente — anche solo verbale e simbolica — l’unico modo per rendersi ascoltabile.
Questa lettura resta un’ipotesi interpretativa, non una spiegazione valida per ogni episodio. A pesare sono anche la comunicazione sui social, la velocità con cui circolano immagini e accuse, la sfiducia verso i partiti e una memoria storica vissuta non come celebrazione, ma come terreno di confronto. Il riferimento a Nitti mostra proprio questo: l’antifascismo può essere assunto come valore e, nello stesso tempo, discusso criticamente nei confronti delle figure che lo hanno rappresentato.
Il rischio è che la memoria venga usata soltanto come una parola d’ordine, senza trasformarsi in responsabilità concreta. Essere antifascisti oggi non significa soltanto dichiararsi dalla parte giusta della storia: significa anche difendere il pluralismo, rifiutare la violenza politica e pretendere dalle istituzioni risposte credibili. Se invece ogni critica viene archiviata come estremismo e ogni gesto radicale viene letto come semplice teppismo, la frattura si allarga.
Roma sarà ancora una volta il luogo in cui queste contraddizioni si incontreranno. Il compito delle autorità sarà garantire il diritto di manifestare e prevenire le violenze; quello dei promotori sarà impedire che la protesta venga sequestrata da chi cerca lo scontro; quello della politica sarà dimostrare che ascoltare non significa soltanto attendere che la piazza si svuoti. La domanda, ora, è se qualcuno sia ancora disposto a considerare il corteo non come un problema da contenere, ma come il segnale di una crisi da affrontare.
