Alessandro Trombini stava tornando a casa dopo il lavoro. La sua morte sulla via Cristoforo Colombo riporta al centro una domanda difficile da eludere: quanto è sicuro attraversare Roma ogni giorno, soprattutto di notte e dopo un turno?
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, Trombini aveva 34 anni, viveva ad Acilia e lavorava come addetto alla sicurezza nei locali del litorale. Era appassionato di bodybuilding e tifoso della Roma. L’auto coinvolta nell’incidente aveva cinque ragazzi a bordo, ma la dinamica completa e le eventuali responsabilità sono ancora da accertare.
In casi come questo il dolore arriva prima di ogni analisi. Una persona torna dal lavoro e non rientra più. Per la famiglia resta una perdita irreparabile; per la città dovrebbe restare anche un obbligo preciso: capire se quella strada, quell’illuminazione, quei tempi di attraversamento e quei controlli siano davvero adeguati a chi si muove ogni giorno.
«Tornare a casa dal lavoro non può diventare un percorso a rischio». Non è uno slogan, ma il punto da cui partire quando si parla di incidenti stradali a Roma. Senza anticipare conclusioni sull’accaduto, gli accertamenti dovranno chiarire ogni elemento utile: la posizione dei veicoli, la visibilità, la velocità, la segnaletica e le condizioni della carreggiata.
La Colombo è una delle arterie che collegano aree densamente abitate, quartieri periferici e litorale. Su strade di questo tipo il traffico non è soltanto una questione di automobili: ci sono lavoratori che rientrano a tarda ora, pedoni, ciclisti, motociclisti, persone anziane e utenti con disabilità che devono poter attraversare senza affrontare ostacoli sproporzionati.
Roma, le strade più esposte e chi rischia di più
Individuare i punti critici non significa compilare una classifica dopo ogni tragedia. Significa incrociare con continuità i dati sugli incidenti, le segnalazioni dei cittadini, l’illuminazione, la visibilità degli attraversamenti e il flusso reale di traffico. Le grandi arterie di scorrimento, gli incroci periferici e i collegamenti tra Roma e il litorale meritano verifiche periodiche, non soltanto interventi dopo un investimento.
Le misure possibili sono note, ma la loro efficacia dipende dall’applicazione: controlli mirati sulla velocità, attraversamenti meglio illuminati, semafori adeguati ai tempi di percorrenza dei pedoni, manutenzione della segnaletica e interventi fisici nei punti in cui le auto tendono a correre. Anche la presenza di marciapiedi continui, rampe accessibili e percorsi privi di barriere riguarda la sicurezza, non solo il decoro urbano.
Per una persona con disabilità, un marciapiede interrotto o una fermata non accessibile può costringere a esporsi sulla carreggiata. Per chi utilizza autobus o metropolitane, inoltre, l’accessibilità del mezzo deve essere accompagnata da un collegamento sicuro tra la fermata, il marciapiede e la destinazione. Una città davvero accessibile riduce anche le situazioni di pericolo.
La prevenzione richiede infine continuità. Polizia locale, polizia e carabinieri possono contribuire ai controlli e agli accertamenti di loro competenza, ma la sicurezza stradale non si esaurisce nell’intervento dopo l’incidente. Servono progettazione, manutenzione, illuminazione e valutazioni pubbliche sui risultati ottenuti.
La morte di Alessandro Trombini non deve diventare il pretesto per attribuire colpe prima del tempo. Può però imporre una verifica che Roma rinvia troppo spesso: chi esce dal lavoro, chi attraversa una strada e chi si muove con una disabilità trova una città costruita per proteggerlo oppure soltanto per farlo passare?
