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Spari al corteo Anpi del 25 aprile: la sentenza cambia il peso dell’accusa

Spari al corteo Anpi del 25 aprile: la sentenza cambia il peso dell’accusa

Quello raccontato come un attacco armato a un corteo del 25 aprile si chiude, in tribunale, con una condanna per percosse. Eitan Bondì è stato condannato a quattro mesi, con pena sospesa, ma non per lesioni: è qui che la cronaca dell’episodio e la sua qualificazione giudiziaria prendono strade diverse.

Secondo quanto riportato da Fanpage Roma, il giovane aveva utilizzato una pistola ad aria compressa contro due militanti dell’Anpi a Parco Schuster, durante le iniziative del 25 aprile. La contestazione iniziale aveva alimentato la rappresentazione pubblica di una vera e propria sparatoria, mentre nel processo non è stata riconosciuta l’accusa di lesioni sostenuta dalla Procura.

La decisione del giudice non cancella l’episodio né il suo impatto sulle persone coinvolte. Due partecipanti al corteo si sono trovati al centro di un’azione con un’arma ad aria compressa, in un contesto già segnato dalla forte contrapposizione politica e simbolica della ricorrenza. Ma stabilisce che, sul piano penale, la condotta debba essere qualificata come percosse.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, Bondì, indicato nelle cronache come appartenente alla Comunità ebraica, non è stato ritenuto responsabile nemmeno delle lesioni contestate dai pm. La pena è sospesa. La difesa ha accolto l’esito con soddisfazione, definendolo “un risultato ottimo”.

Il punto delicato è proprio nella distanza tra le parole usate nel dibattito pubblico e quelle della sentenza. Parlare di “cecchino” o di “sparatoria” restituisce la paura e la gravità percepita dai presenti, ma non può sostituire l’accertamento giudiziario. Allo stesso tempo, la qualificazione come percosse non deve diventare una minimizzazione automatica di ciò che è accaduto a Parco Schuster.

Cosa sappiamo della sentenza e dell’accusa

L’accusa riguardava l’uso di una pistola ad aria compressa contro due militanti dell’Anpi durante il corteo del 25 aprile. La Procura aveva sostenuto la contestazione delle lesioni, ma il giudice ha riconosciuto la responsabilità per percosse, infliggendo quattro mesi di reclusione con pena sospesa.

Restano quindi distinti tre livelli: la ricostruzione dell’episodio, la rappresentazione politica e mediatica dell’accaduto e la decisione penale. Il primo riguarda ciò che sarebbe avvenuto durante la manifestazione; il secondo il significato assunto dall’episodio nel confronto sul 25 aprile; il terzo la responsabilità accertata in tribunale. Confonderli significa rischiare sia di drammatizzare oltre i fatti sia di svuotare il peso dell’aggressione.

La sentenza riporta il caso dentro i confini del diritto, ma non chiude il dibattito sulla sicurezza durante le manifestazioni e sull’uso di armi ad aria compressa in luoghi affollati. La domanda, ora, è se il confronto pubblico saprà misurarsi con entrambe le verità: quella emotiva di chi si è sentito bersaglio e quella giudiziaria stabilita dal tribunale.

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