A Ostia se ne è andato Luigi Saito e con lui è partita una riflessione amara: chi riempirà il vuoto lasciato dai «maestri» civici nelle periferie romane? La parola «maestro» qui non è retorica: indica chi insegna, media, organizza, fa da punto di riferimento quotidiano quando lo Stato è lontano o distratto.
Saito era ricordato come insegnante amato e amministratore serio; il cordoglio raccolto in città non celebra solo una persona, ma la funzione che ha svolto: quella di tenere insieme pezzi di comunità fragili. Nelle scuole di quartiere, nei municipi, nelle piazze e nei centri civici, figure come la sua operano come rete di protezione informale — mentor per i ragazzi, interlocutori per le famiglie, primi occhi su degrado e tensioni.
È proprio questo lavoro di backstage che raramente entra nel computo delle politiche pubbliche. Quando viene meno, per malattia, pensionamento o scomparsa, non scatta un meccanismo di ricambio: non c’è un albo dei «referenti di comunità», non ci sono percorsi formali di affiancamento, spesso nemmeno risorse per progetti che trasformino l’impegno individuale in pratica istituzionalizzata. Il risultato è che il capitale sociale — relazioni, fiducia, abitudini civiche — si sgretola più in fretta di qualsiasi muro degrado riparato con un intervento tampone.
Il ragionamento non è nostalgico: non si chiede di sostituire la politica con l’eroismo individuale, ma di riconoscerne il ruolo e di costruire strumenti che lo sostengano. I municipi e il Campidoglio potrebbero iniziare con poche mosse concrete: mappare le figure chiave nei quartieri, finanziare doposcuola e centri di aggregazione gestiti in collaborazione con le scuole, prevedere percorsi di formazione e tutela per chi svolge funzioni di mediazione sociale, e prevedere linee di successione per i compiti di presidio civico.
Se non si interviene, ogni perdita resterà un buco difficile da colmare. Il lutto per Luigi Saito invita Roma a guardare in faccia una verità pratica: le periferie resistono grazie a persone che non compaiono nelle statistiche ma reggono la città quotidiana. Voler bene a questi luoghi significa costruire istituzioni che non dipendano solo dal singolo, ma che traducano quell’impegno in strutture e risorse che durino nel tempo.