Cent’anni di controlli raccontano una realtà difficile da nascondere: il lavoro nero non è un fenomeno marginale, ma una delle forme più concrete di disuguaglianza economica e sociale. Il centenario del Comando Carabinieri per la tutela del lavoro diventa così più di una celebrazione: è l’occasione per misurare quanto resta ancora da fare.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, dal 2016 le attività del reparto hanno portato alla scoperta di quasi 78mila persone impiegate senza regolare contratto e all’individuazione di circa 4mila persone che avrebbero percepito indebitamente il reddito di cittadinanza. Numeri che restituiscono la dimensione dei controlli, ma anche quella di un fenomeno capace di attraversare settori diversi e di cambiare forme nel tempo.
Il lavoro dei militari non si limita alla verifica di un contratto. Dietro un impiego irregolare possono esserci contributi non versati, assenza di tutele, orari fuori dalle regole, salari compressi e maggiore esposizione agli incidenti. Il danno non riguarda soltanto il lavoratore: coinvolge le imprese che rispettano le norme, il sistema previdenziale e la qualità complessiva dell’economia.
Nel corso delle celebrazioni, il comandante generale dei Carabinieri Teo Luongo ha definito il reparto “un’eccellenza a livello internazionale”. È un riconoscimento importante, ma non può diventare il punto finale del ragionamento. Se dopo un secolo il lavoro nero continua a produrre numeri così rilevanti, la domanda riguarda anche la capacità del sistema di prevenire le irregolarità, non soltanto di scoprirle dopo i controlli.
Le ispezioni restano decisive, così come lo scambio di informazioni tra Carabinieri, Ispettorato del lavoro, enti previdenziali e altre autorità. Ma la repressione, da sola, non basta. Servono controlli continui, procedure rapide, protezione per chi denuncia e condizioni che rendano meno conveniente per un’impresa competere sfruttando chi lavora senza diritti.
Nel bilancio del reparto rientra anche l’attività contro le false dichiarazioni legate al reddito di cittadinanza, riferite al periodo in cui la misura era in vigore. Anche in questo caso, però, il dato deve essere letto con equilibrio: perseguire gli abusi è necessario, ma non significa confondere la frode con la povertà né trasformare ogni irregolarità in una colpa collettiva.
I numeri della lotta al lavoro nero
Il dato principale disponibile indica quasi 78mila lavoratori impiegati in nero individuati dai Carabinieri per la tutela del lavoro dal 2016. Nello stesso arco temporale, le verifiche hanno portato alla scoperta di circa 4mila persone considerate “furbetti” del reddito di cittadinanza, secondo le informazioni riportate dalla fonte.
Queste cifre misurano l’esito delle attività accertate, non la totalità del lavoro irregolare presente sul territorio. Non consentono quindi, da sole, di stabilire quanto sia cresciuto o diminuito il fenomeno nazionale, né di individuare i settori più esposti senza ulteriori dati ufficiali disaggregati. Dicono però una cosa precisa: il controllo del lavoro resta una funzione essenziale e il problema non può essere archiviato come una somma di casi isolati.
Il centenario è stato accompagnato anche dall’emissione di un francobollo speciale. Un simbolo istituzionale che può avere un valore, ma che acquista senso soprattutto se serve a ricordare la parte meno celebrata della vicenda: ogni numero corrisponde a una persona privata di diritti e a un sistema produttivo che, in quel caso, ha scelto di risparmiare sulla legalità.
La vera sfida dei prossimi anni sarà capire se i controlli riusciranno ad anticipare le irregolarità, invece di limitarsi a registrarle. Perché celebrare un secolo di attività è doveroso; chiedersi perché il lavoro nero continui a resistere è ancora più necessario.
