Nel caso di Serena Mollicone, ogni frammento può sembrare decisivo. Ma tra una traccia repertata dal Ris e una prova capace di sostenere una condanna esiste una distanza che soltanto il processo può colmare.
Secondo quanto riportato da Fanpage Roma, la consulenza del Ris del 2018 ha analizzato diversi elementi collegati alla caserma: frammenti di legno e vernice rinvenuti sul nastro adesivo, oltre ai confronti con una porta e con la caldaia dell’edificio. Si tratta di accertamenti tecnici che sono stati inseriti nella ricostruzione accusatoria, ma che non possono essere presentati automaticamente come una dimostrazione definitiva delle responsabilità.
Il punto centrale è il possibile collegamento tra i materiali esaminati e gli ambienti della caserma. I frammenti di legno e le particelle di vernice avrebbero assunto rilievo perché confrontati con elementi strutturali dell’edificio. In termini investigativi, una compatibilità può rafforzare un’ipotesi; sul piano giudiziario, però, deve essere valutata insieme alla provenienza, alla modalità di trasferimento della traccia, alla sua conservazione e alla possibilità che esistano spiegazioni alternative.
La porta e la caldaia diventano così parti di una ricostruzione più ampia. Non basta stabilire che un materiale sia compatibile con una superficie: occorre capire quando e come sia entrato in contatto con essa, se il dato sia esclusivo e quale peso possa avere rispetto agli altri elementi raccolti. «Una traccia non coincide, da sola, con una prova»: è questa la distinzione che dovrebbe guidare ogni lettura del caso.
La consulenza del Ris è stata posta al centro della tesi dei pubblici ministeri nei confronti della famiglia Mottola. Ma una tesi investigativa e una conclusione giudiziaria non sono la stessa cosa. La prima organizza gli indizi in una possibile dinamica; la seconda richiede che quella dinamica superi il vaglio del contraddittorio e che gli elementi siano valutati nel loro complesso.
Cosa sappiamo della perizia del Ris e cosa resta da dimostrare
La consulenza del 2018, per quanto emerge dalle informazioni disponibili, ha riguardato tracce di legno, vernice e nastro adesivo, mettendole in relazione con la porta e con la caldaia della caserma. Questo è il dato tecnico da cui partire. Non è invece possibile trasformare automaticamente il risultato dei confronti in una certezza sulla presenza di una persona, sulla dinamica dell’omicidio o sull’identità del responsabile.
Restano da valutare il significato probatorio delle compatibilità, la catena di conservazione dei reperti, l’eventuale presenza di contaminazioni e il rapporto tra questi elementi e il resto dell’inchiesta. Sono aspetti decisivi perché, in un procedimento per omicidio, il valore di una perizia dipende anche dal modo in cui viene discussa e verificata dalle parti. La risposta finale, dunque, non può essere affidata al singolo frammento né alla forza emotiva di una ricostruzione.
Il caso di Serena Mollicone continua a interrogare la giustizia e la comunità, ma proprio la sua lunga e dolorosa storia impone prudenza. La domanda non è soltanto che cosa sia stato trovato nella caserma, bensì quanto ogni traccia riesca davvero a dimostrare quando viene esaminata insieme a tutte le altre.
