I funerali delle vittime a Pietralata hanno raccolto una comunità ferita: piazze piene, fiori, abbracci e parole che cercavano senso. È stato un momento emotivo e necessario; allo stesso tempo, però, fra i presenti è circolata una frase che taglia più di un discorso ufficiale: ‘Quel gesto non dice niente di voi’. La constatazione non è retorica, è un avvertimento.
Le esequie riuniscono rabbia e pietà, e creano l’illusione che il lutto sia da solo sufficiente. Ma il lutto non paga le bollette, non accompagna i figli a scuola, non sostiene chi resta nella gestione quotidiana del trauma. Se dal Campidoglio, dai Municipi e dagli uffici competenti non arriva, nelle ore successive, un impegno concreto e tracciabile, quel rito pubblico rischia di segnare solo una parentesi di memoria senza trasformarsi in prevenzione.
Prevenire vuol dire pianificare: potenziare gli interventi sociali nei quartieri più fragili, aumentare i servizi di salute mentale per le famiglie colpite, garantire assistenza legale e pratica ai superstiti. Vuol dire anche ripensare la sicurezza urbana oltre l’istantanea dell’emergenza: migliorare illuminazione e manutenzione degli spazi pubblici, rafforzare i servizi territoriali di protezione sociale, e promuovere interventi nelle scuole e nei centri giovanili per intercettare segnali di disagio.
La responsabilità non è soltanto di chi indossa una divisa; è condivisa fra Prefettura, Questura, Comune, ASL e Municipi. Serve una cabina di regia che non si limiti alle dichiarazioni: un piano con obiettivi, fondi assegnati e tempi certi. Le famiglie hanno bisogno di risposte amministrative misurabili, non di rituali destinati a dissolversi nelle note ufficiali. Anche la sicurezza pubblica richiede investimenti sostenuti, monitoraggio dei risultati e trasparenza nei passaggi decisionali.
La comunità di Pietralata ha mostrato cosa può fare la città quando si stringe attorno a chi soffre. Ora tocca alle istituzioni fare lo stesso, con strumenti e continuità. Se quel gesto collettivo deve avere un senso duraturo, deve trasformarsi in un piano che metta al centro la prevenzione e il sostegno alle famiglie: dalle esequie venga fuori non solo il dolore, ma una catena di responsabilità che impedisca nuove tragedie.
