Il processo per gli ‘baby narcos’ di Primavalle costringe Roma a guardare oltre la cronaca nera: la risposta penale non basta a spezzare la catena che porta i minori alla violenza.
I pubblici ministeri hanno chiesto per gli imputati oltre settant’anni di carcere, dopo che nel corso delle indagini sono emersi episodi di sequestri e torture — compresi maltrattamenti con acqua bollente — e una rete di traffico di stupefacenti che coinvolgeva giovani e giovanissimi. È giusto che la magistratura e le forze dell’ordine colpiscano duramente chi commette reati così efferati. Ma la carcerazione, per quanto necessaria per alcuni, non neutralizza la fabbrica che produce criminalità infantile.
Quello che affiora da Primavalle è un fallimento collettivo: non solo delle famiglie, spesso esposte a fragilità economiche e sociali, ma anche delle istituzioni locali che dovrebbero intercettare il disagio. Scuole sotto pressione, servizi sociali sovraccarichi, centri aggregativi insufficienti, mancanza di alternative occupazionali sono tutte componenti che trasformano la marginalità in ghiaia scivolosa verso il circuito della droga. Nei municipi, le segnalazioni aumentano, ma le risposte strutturate restano limitate e frammentate.
Una città che vuole impedire ai minori di diventare corpi utilizzabili dalla criminalità deve agire su più fronti in modo coordinato. Occorrono programmazioni stabili del Campidoglio e dei Municipi per potenziare l’assistenza domiciliare, la tutela dei minori a rischio e le misure comunitarie che offrano percorsi alternativi — doposcuola, sport, orientamento al lavoro. Serve rafforzare la collaborazione tra servizi sociali, scuole, terzo settore e forze dell’ordine, con protocolli chiari per le segnalazioni precoci e percorsi di presa in carico che non si esauriscano con un atto giudiziario.
Il processo di Primavalle deve essere anche un monito: la repressione che arriva dopo il danno non sostituisce la politica preventiva. Investire nella prossimità significa ridurre vittime e carnefici futuri, con un vantaggio per la sicurezza urbana e la coesione sociale. Se Roma non mette al centro il lavoro di comunità, i nomi che leggiamo nelle carte giudiziarie rischiano di ripresentarsi, ancora più giovani, in altri quartieri.»
