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Casa e conflitto, il teatro non basta: torna «L’ultima esecuzione»

Casa e conflitto, il teatro non basta: torna «L’ultima esecuzione»

Il diritto alla casa torna sul palco, ma la domanda resta fuori dal teatro: chi ascolta davvero chi non riesce più a permettersi un’abitazione? Dal 29 ottobre al primo novembre, al Piccolo Teatro San Paolo di Roma, «L’ultima esecuzione» riapre una ferita sociale che non riguarda soltanto affitti e sfratti, ma il modo in cui una città decide chi può sentirsi parte della comunità.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, lo spettacolo di Fabio Salvati torna in scena a dieci anni dal debutto, con la regia di Daniela Coppola e un nuovo cast. Il ritorno non è dunque una semplice replica: è una nuova occasione per misurare un’opera con un contesto nel quale il tema dell’esclusione abitativa continua a interrogare istituzioni, famiglie e territori.

La casa viene spesso raccontata come un problema di numeri: canoni troppo alti, redditi insufficienti, graduatorie, attese. Ma dietro ogni cifra c’è una questione più difficile da amministrare: la dignità. Perdere stabilità abitativa significa spesso perdere anche relazioni, sicurezza, possibilità di progettare il futuro. È questo il passaggio che il teatro può rendere visibile meglio di una statistica, senza sostituirsi però alle responsabilità pubbliche.

Il titolo stesso, «L’ultima esecuzione», porta con sé un’idea di urgenza e di limite. Non basta evocare il disagio: bisogna chiedersi quali strumenti esistano per affrontarlo e chi debba farsene carico. Un palcoscenico può aprire una discussione, ma non può diventare il luogo in cui la politica delega alla cultura il compito di occuparsi delle emergenze.

È qui che il confronto con le forme più conflittuali della protesta sociale diventa inevitabile, soprattutto quando sono i giovani a cercare visibilità attraverso occupazioni, azioni dimostrative o gesti che possono creare tensione. La rivendicazione di un diritto e il metodo scelto per farla emergere non sono la stessa cosa: confonderli significa non capire né il disagio né i rischi prodotti dal conflitto.

Quando il disagio sociale entra nello spazio pubblico

Il teatro propone un linguaggio mediato, fatto di parole, corpi e immaginazione. La protesta, invece, cerca spesso l’impatto immediato: interrompere la normalità, attirare attenzione, costringere qualcuno a rispondere. Sono strade diverse, non automaticamente equivalenti. Una rappresentazione non rende più legittima un’azione violenta, così come un gesto clamoroso non cancella la possibile fondatezza della domanda che lo ha generato.

Il punto politico è capire se Roma sappia ancora trasformare il disagio in ascolto e l’ascolto in decisioni. Se il teatro torna a parlare di casa, esclusione e responsabilità, il pubblico non dovrebbe limitarsi ad applaudire una storia: dovrebbe domandarsi quanto spazio reale esista, fuori dalla scena, per chi chiede di non essere lasciato ai margini. E quando il sipario si chiuderà, chi raccoglierà quella domanda?

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