ROMA ANTICA Genio

ROMA ANTICA Genio

ROMA ANTICA Genio era una divinità degli antichi Romani, appartenente al culto domestico. In origine era il simbolo della virtù generativa e procreatrice dell’uomo. Prese a rappresentare l’essenza stessa dell’individuo, la potenza creatrice della sua personalità. Di cui resta poi come divino rappresentante.

Il Genio è l’espressione della virilità. Il nume che preserva e protegge. Perciò, prima e al disopra di ogni altro, si venera il Genio del pater familias che dà al padre di famiglia l’energia e la capacità di conservare e accrescere la sua discendenza. Dunque è il nume tutelare della famiglia. Al Genius degli uomini corrisponde la Iuno delle donne. Come ogni uomo, così ogni donna trovò allora nella sua Iuno il proprio nume tutelare. Ogni uomo ha il suo Genio che con lui è nato, con lui vive e che gli sopravvive (in una concezione più antica moriva con lui).

PATER FAMILIAS

Quasi come una continuazione della sua personalità nell’oltretomba. In ogni casa si venera il Genio del pater familias, il quale ha la sua sede e viene invocato presso il talamo nuziale. Si festeggia nei giorno natalizio del suo protetto – giorno di festa per tutti i membri della famiglia, liberi, schiavi, liberti – e gli si offrono libazioni di vino e focacce. Animale caro e sacro al Genio era il serpente, poi usato per rappresentarlo simbolicamente. Sviluppo e significato speciale prese nell’età imperiale il culto del Genio dell’imperatore, visto in un certo modo come il pater familias di tutto lo stato.

A esso si rendevano in pubblico quegli atti di ossequio che, nel culto domestico, si prestavano al Genio del capo di casa. Un vero e proprio culto del Genius Augusti venne istituito con un senatoconsulto del 29 a.C.. Questo prescriveva che in tutti i banchetti pubblici e privati si offrissero determinate libazioni. I Genî personali, così quelli di privati cittadini come quello dell’imperatore, sono rappresentati generalmente da una figura virile togata recante la cornucopia, attributo caratteristico e distintivo del Genio.

IL GENIO DEL POPOLO ROMANO

Spesso rappresentato in figura di sacrificante con l’estremità della toga tirata sopra la testa e con la patera da libazioni nella mano destra. Il Genio del popolo romano, come appare spesso sulle monete, è di solito rappresentato da un uomo barbato (in età più tarda anche da un giovane) qualche volta coperto da un mantello con la cornucopia nella mano sinistra e la patera da libazioni nella destra. Così furono rappresentati anche i Genî di città, su rilievi o su monete, su un rilievo di Capua e sulle rappresentazioni di Genî militari, di luoghi di collegi, ecc..

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Fin dalla seconda metà dell'800 la festa è associata a due caratteristiche particolari: i falò e i dolci fritti. La celebrazione, coincidendo con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, si è venuta a sovrapporre ai riti di purificazione agraria (i Lupercalia) di chiara origine pagana. Infatti si bruciano i residui del raccolto dei campi formando cataste accese nelle piazze. Il rito dei falò era ed è accompagnato, in tutta Italia, dalla preparazione delle zeppole (frittelle). In ricordo forse del fatto che San Giuseppe oltre che falegname dopo la fuga in Egitto fosse stato anche venditore di frittelle meritandosi, da parte del popolo romano, l’affettuoso nomignolo di 'San Giuseppe frittellaro'. A Roma fino alla fine degli anni '50 era tradizione preparare delle 'frittelle' e dei 'bignè' di San Giuseppe. Soprattutto nel quartiere Trionfale dove si trova la Basilica Minore di San Giuseppe. Qui venivano attrezzati decine di banchi con tanto di calderone pieno d'olio ove friggere i dolci.

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