Quattordici volte la stessa parola sui muri, insieme a croci celtiche nei bagni del liceo Cavour. Non è soltanto una bravata da cancellare in fretta: quando slogan e simboli politici entrano negli spazi della scuola, la domanda diventa capire quale clima stiano raccontando e quale risposta siano chiamate a dare le istituzioni.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la denuncia è partita dagli studenti del collettivo Tommie Smith, che hanno preso posizione contro le scritte e contro ogni presenza fascista all’interno dell’istituto. «Nella nostra scuola non c’è posto per i fascisti», è il messaggio rilanciato dal collettivo. La Rete degli studenti medi ha inoltre collegato l’episodio a un più generale clima d’odio, attribuendone una parte di responsabilità alle scelte e ai toni del governo: un’interpretazione politica, che va tenuta distinta dai fatti materialmente documentati.
Il fatto accertato, per quanto emerge dalle informazioni disponibili, è la presenza delle scritte “antimaranza” e delle croci celtiche nei bagni del liceo. Non sono invece pubblicamente chiariti gli autori, il momento esatto in cui i messaggi sono comparsi né eventuali accertamenti avviati per individuarli. Ogni attribuzione personale, dunque, sarebbe da confermare.
Proprio questa distinzione è decisiva. Condannare i simboli e il loro significato non autorizza a trasformare un episodio denunciato dagli studenti in una sentenza politica già scritta. Allo stesso tempo, ridurre tutto a una semplice ragazzata rischia di ignorare l’effetto concreto che messaggi di questo tipo possono produrre: intimidire, dividere, spingere qualcuno a sentirsi estraneo in un luogo che dovrebbe garantire confronto e libertà di espressione.
Cosa sappiamo delle scritte al liceo Cavour
Gli elementi disponibili indicano la ripetizione della parola “antimaranza” per quattordici volte sui muri dell’istituto e la presenza di croci celtiche nei bagni. La denuncia è stata resa pubblica dal collettivo studentesco Tommie Smith, mentre la Rete degli studenti medi ha letto l’episodio dentro una discussione più ampia sul linguaggio politico e sul clima sociale.
Restano aperti diversi interrogativi: chi abbia realizzato le scritte, se si tratti di un’azione organizzata o isolata, quali provvedimenti siano stati adottati dalla scuola e se siano stati coinvolti gli organi competenti. Sono aspetti da chiarire prima di formulare conclusioni definitive. Ma l’assenza, al momento, di responsabilità accertate non rende meno importante il problema educativo e civile posto dai messaggi.
Una scuola non è soltanto il luogo in cui si trasmettono nozioni. È anche lo spazio in cui si impara a stare nella stessa comunità, a discutere senza cancellare l’altro e a riconoscere il confine tra opinione e intimidazione. Per questo la risposta non può limitarsi alla rimozione delle scritte: servono trasparenza, ascolto degli studenti e una spiegazione pubblica su ciò che è stato verificato e su ciò che resta da accertare.
Il punto, allora, non è stabilire chi urla più forte sui muri o sui social. È capire se davanti a simboli e parole divisive la scuola sappia reagire senza minimizzare e senza alimentare nuove contrapposizioni. Se anche un bagno può diventare il luogo in cui si misura la libertà degli studenti, quale segnale sceglieranno di dare adesso l’istituto e le istituzioni?
