Un selfie davanti allo scranno da presidente può riaprire una partita politica che sembrava archiviata? Marcello De Vito è tornato in Campidoglio dopo l’assoluzione nel processo sullo stadio della Roma: un’immagine semplice, ma carica di memoria istituzionale e domande sulla fiducia.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’ex presidente dell’Assemblea capitolina ha visitato il palazzo che ha segnato la sua ascesa e la sua caduta politica, fermandosi proprio davanti allo scranno un tempo occupato. Pochi giorni prima, la Corte d’Appello lo aveva assolto nel procedimento legato al progetto dello stadio della Roma a Tor di Valle, cancellando la condanna di primo grado.
Che cosa significa, allora, quel ritorno? Sul piano giudiziario, l’assoluzione deve essere rispettata senza riserve: una sentenza non può essere sostituita da una fotografia, da un commento sui social o dal giudizio politico di una parte. Ma sul piano pubblico la questione è diversa. «Una sentenza chiude un processo, ma può ricostruire da sola la fiducia?»: è questa la domanda che l’immagine sembra consegnare alla città.
Il punto delicato è distinguere responsabilità diverse. C’è quella penale, che spetta ai giudici e che nel caso di De Vito si è conclusa, allo stato dei fatti disponibili, con l’assoluzione in appello. C’è poi la responsabilità politica, legata alle scelte, alle alleanze e alla credibilità di chi ricopre o ha ricoperto incarichi pubblici. Confonderle significa rischiare due errori opposti: trasformare una vicenda giudiziaria in una condanna permanente oppure considerare l’assoluzione come una cancellazione automatica di ogni interrogativo.
La parabola di De Vito rende il tema ancora più evidente. Già esponente di primo piano del Movimento 5 Stelle, è stato poi associato a Forza Italia e oggi si colloca nell’area politica di Marco Rizzo. Il percorso racconta cambiamenti personali e politici, ma solleva anche una domanda sulla memoria degli elettori: quanto pesa il passato quando una figura torna negli stessi luoghi istituzionali?
Dall’assoluzione al ritorno in aula: cosa resta della parabola politica di De Vito
De Vito è stato presidente dell’Assemblea capitolina, una carica che lo aveva portato al centro della scena romana. Il caso giudiziario sullo stadio della Roma ha poi segnato una cesura nella sua esperienza pubblica. La recente assoluzione in appello modifica il quadro giudiziario, ma non cancella automaticamente il significato politico di quegli anni né le valutazioni che ciascun cittadino può formulare sul suo percorso.
Il ritorno in Campidoglio, perciò, non è soltanto una rentrée personale. È anche un test per le istituzioni: riescono a separare le garanzie dovute a ogni imputato dalla necessità di rendere conto delle proprie scelte pubbliche? E riescono i partiti a spiegare agli elettori perché una persona prima sostenuta, poi abbandonata e infine nuovamente presente sulla scena possa tornare a chiedere ascolto?
Il selfie davanti allo scranno non è una prova di colpevolezza né una prova di riabilitazione politica. È un gesto simbolico, la cui lettura dipende dal contesto. Per alcuni può rappresentare il ritorno dopo una vicenda giudiziaria conclusa; per altri, il segno di una politica romana che tende a ricomporre le proprie fratture senza chiarire fino in fondo che cosa sia cambiato.
La domanda finale resta aperta: l’assoluzione restituisce pienamente una persona al giudizio degli elettori, oppure la fiducia pubblica richiede anche tempo, spiegazioni e una nuova prova sul campo?
