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Sanità nel Lazio, il 61% rinuncia alle cure: chi può paga

Sanità nel Lazio, il 61% rinuncia alle cure: chi può paga

Quando una visita arriva troppo tardi, il diritto alla salute resta scritto sulla carta ma diventa difficile da esercitare. Nel Lazio, secondo il report citato dalla Cgil, il 61% delle persone avrebbe rinunciato alle cure: un dato che porta le liste d’attesa fuori dagli ospedali e dentro la vita quotidiana di famiglie, anziani e lavoratori.

Secondo quanto riportato da Fanpage Roma, il segretario generale della Cgil Lazio Natale Di Cola ha sintetizzato così il problema: “Chi può paga, chi non può rinuncia alle cure”. È una frase netta, ma fotografa una frattura precisa: il ricorso al privato può accorciare i tempi soltanto per chi dispone delle risorse necessarie.

Il punto non è soltanto quanto si aspetta per una prestazione. Il punto è cosa succede nel frattempo: un controllo rimandato, un esame rinviato, una diagnosi che può arrivare più tardi del necessario. Ogni rinuncia produce un costo sociale, anche quando non compare immediatamente nei bilanci della sanità.

Le liste d’attesa trasformano così una difficoltà organizzativa in una selezione economica. Chi ha un reddito sufficiente può cercare un’alternativa a pagamento; chi non può permettersela resta nella coda del servizio pubblico o rinuncia. Non significa che ogni ritardo conduca automaticamente a un danno clinico, ma indica una vulnerabilità che le istituzioni non possono trattare come un semplice problema amministrativo.

Il dato del 61%, per quanto rilevante, va letto con metodo. Nel materiale disponibile non sono indicati tutti gli elementi tecnici del report, come campione, periodo di rilevazione e definizione esatta di “rinuncia alle cure”: questi aspetti restano da verificare per valutare pienamente la portata statistica della cifra. Il segnale politico e sociale, però, è già evidente: l’accesso alle prestazioni rischia di dipendere sempre più dalla capacità di pagare.

Liste d’attesa e rinuncia alle cure: i numeri da conoscere

Il numero centrale è il 61% indicato dal report citato dalla Cgil Lazio: la quota di cittadini che, secondo quella rilevazione, avrebbe rinunciato alle cure. Non è disponibile, negli elementi forniti, una scomposizione per età, reddito, patologia o territorio, e quindi non è possibile stabilire quali gruppi siano stati colpiti maggiormente.

Il secondo elemento è il ricorso al privato come risposta alle attese. Anche in questo caso non viene fornita una percentuale precisa, ma il meccanismo descritto è chiaro: tempi più brevi possono diventare accessibili a chi riesce a sostenerne il costo. Per gli altri, la soluzione resta l’attesa oppure la rinuncia. È su questo passaggio che andrebbe misurata l’efficacia delle politiche pubbliche: non solo sulle prestazioni erogate, ma sulle persone che restano fuori dal sistema.

La responsabilità non può essere scaricata interamente sui cittadini, né sugli operatori sanitari che lavorano dentro un sistema sotto pressione. Tocca alla Regione e alle strutture competenti rendere trasparenti i tempi reali, intervenire sulle capacità di presa in carico e verificare se le misure adottate riducono davvero le disuguaglianze. Annunciare un miglioramento non basta se una famiglia continua a dover scegliere tra aspettare mesi o pagare.

La domanda, alla fine, è semplice e scomoda: una sanità è davvero universale quando la prestazione arriva in tempo soltanto a chi può permettersi di comprarla?

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