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Lazio, export in volo ma poche imprese: la sfida è crescere

Lazio, export in volo ma poche imprese: la sfida è crescere

Il Lazio esporta molto di più rispetto a trent’anni fa, ma continua ad avere una base industriale troppo stretta. È il paradosso di una regione capace di esprimere filiere strategiche e numeri in crescita, senza però riuscire ancora a trasformare questa forza in una rete ampia di imprese solide e occupazione diffusa.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, le medie imprese del Lazio sono 76: insieme valgono 3,2 miliardi di euro di fatturato e circa 9mila occupati. Sono numeri rilevanti, ma mostrano anche il limite strutturale del sistema: pochi soggetti concentrano una parte significativa della capacità industriale regionale.

A trainare l’economia sono soprattutto aerospazio, farmaceutica e chimica. Settori ad alta specializzazione, con competenze e investimenti che possono sostenere la competitività sui mercati internazionali. In trent’anni, le esportazioni regionali sono cresciute del 266%, un risultato che racconta una trasformazione profonda e non soltanto una fase positiva congiunturale.

Il problema, però, è ciò che sta intorno ai grandi comparti. Una filiera non è completa se comprende soltanto pochi campioni, mentre fatica a coinvolgere una platea più larga di piccole e medie aziende. Senza fornitori qualificati, ricerca applicata, credito e formazione coerente con i bisogni delle imprese, la crescita rischia di restare concentrata e vulnerabile.

«Crescere non basta se la crescita resta concentrata»: è questa la questione che i numeri del Lazio impongono di affrontare. L’aumento dell’export è una risorsa, ma non garantisce automaticamente più lavoro stabile, più innovazione diffusa o una maggiore capacità di resistere alle crisi internazionali.

In questo quadro si inserisce anche il progetto del Rome Technopole, la cui sede di Pietralata dovrebbe aprire ad aprile, secondo il calendario indicato. Il polo può diventare un punto di collegamento tra università, ricerca e imprese, ma il suo impatto dipenderà dalla capacità di trasformare laboratori e competenze in progetti industriali, brevetti, nuove aziende e collaborazioni durature.

Il paradosso industriale del Lazio

Il Lazio ha filiere che competono su scala internazionale, ma non dispone ancora di una massa sufficientemente ampia di medie imprese. È qui che si misura la distanza tra una regione che sa esportare e una regione capace di costruire un ecosistema industriale completo.

La richiesta di Unindustria di rafforzare il tessuto produttivo va quindi oltre la ricerca di nuovi investimenti. Significa creare le condizioni perché le imprese possano crescere di dimensione, accedere più facilmente alla ricerca e inserirsi nelle catene di fornitura dei comparti strategici. Senza questo passaggio, il rischio è che il Lazio continui ad avere eccellenze importanti, ma isolate.

La sfida riguarda anche il territorio. Una maggiore diffusione delle imprese potrebbe distribuire meglio occupazione e opportunità, riducendo la dipendenza da pochi grandi poli e rendendo più stabile il rapporto tra Roma, le province e i distretti produttivi regionali. Ma per riuscirci servono continuità nelle politiche industriali, infrastrutture adeguate e tempi amministrativi compatibili con quelli dell’economia.

Il Lazio, dunque, non parte da zero: ha competenze, filiere e una crescita dell’export che poche regioni possono ignorare. La domanda è se saprà usare questi punti di forza per allargare la propria base produttiva oppure se resterà una regione con alcuni campioni industriali e troppe imprese costrette a inseguire. È su questa scelta, più che sui soli numeri dell’export, che si giocherà la prossima fase di sviluppo.

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